Is, il Pentagono: “Siamo in guerra” E Putin evoca i missili nucleari

Il presidente russo: spero non debbano essere usate armi non convenzionali Mistero su Al Baghdadi. Fonti iraniane: “È stato curato in Turchia e ora è a Sirte”

Federico Rampini, la Repubblica • 10/12/2015 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi • 1637 Viste

NEW YORK.«Siamo in guerra contro lo Stato Islamico», dice il Pentagono. E Vladimir Putin evoca l’uso di armi atomiche, sia pure per escluderlo adesso. Il fronte si allarga, in tutte le direzioni: l’America preme per coinvolgere più alleati, ma il capo dell’Is trova rifugio in Libia a conferma che anche lì può contare su roccaforti e protezioni.
Il segretario alla Difesa americano, Ashton Carter, parla di guerra ai jihadisti in un’audizione al Congresso e aggiunge: «Gli attacchi di Parigi e San Bernardino sono un’offensiva contro la civiltà che difendiamo ». Rivela di avere chiamato ben 40 paesi alleati per chiedere loro un maggiore contributo alla lotta contro l’Is in «forze speciali, aerei, armi e munizioni». A conferma che l’America sta aumentando la propria pressione militare in quell’area, il capo del Pentagono parla di inviare elicotteri da combattimento Apache, e consiglieri militari, a sostegno delle truppe regolari irachene che tentano di riconquistare la città di Ramadi.
La Casa Bianca, così come il Pentagono, notano che per ora l’esercito iracheno fa «modesti progressi», esprimono «frustrazione per la lentezza di quest’avanzata». Si attende una richiesta formale del premier iracheno al-Abadi, per l’invio degli Apache. Che segnerebbe un’ulteriore passaggio verso la graduale escalation. Sempre però con l’esclusione di un vero intervento terrestre. Su quel fronte devono muoversi i sunniti, torna a ribadire il Pentagono. È quel che Barack Obama sostiene da tempo: una riconquista durevole dei territori controllati dallo Stato Islamico può farla solo chi appartiene allo stesso gruppo etnico e alla stessa religione. «Gli arabi sunniti hanno un vantaggio decisivo su quel territorio », ribadisce il segretario alla Difesa. Non certo quindi un’invasione americana, ma neppure forze curde o sciite verrebbero percepite come legittime. Carter ne trae la conseguenza: preme sull’Arabia saudita e tutti gli Stati membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo, perché mandino truppe terrestri. Si tratta per l’appunto di nazioni islamiche sunnite, le cui forze militari potrebbero appoggiare i gruppi ribelli che contrastano lo Stato Islamico in Siria. Un messaggio è rivolto anche alla Turchia il cui confine con la Siria rimane «troppo poroso», denuncia Carter.
Anche la Russia alza il tono bellicoso e soprattutto il tenore delle sue azioni militari. Putin commenta il primo lancio di missili da crociera, dal sottomarino Rostov sul Don nel Mediterraneo. Il presidente russo spiega che quel tipo di missili «possono essere armati sia con testate convenzionali, sia con testate nucleari», anche se auspica che non sia necessario l’uso dell’atomica in quell’area.
Ma la Turchia denuncia i raid russi: continuano a colpire gli obiettivi sbagliati. Secondo il governo di Ankara Putin non fa quello che dice, cioè non attacca l’Is, bensì forze «turcomanne» contro le quali sarebbe in atto una «pulizia etnica». Anche fonti di Washington confermano che i bombardamenti russi continuano a seguire priorità diverse da quelle annunciate: non colpiscono i jihadisti dello Stato islamico bensì altre milizie nemiche di Assad, il dittatore protetto da Putin. Si è ancora ben lontani, secondo l’Amministrazione Obama, da quella convergenza di tutti contro l’Is, che è necessaria per sconfiggerlo. Anche la riluttanza della Turchia a sigillare le frontiere contro i jihadisti, o dell’Arabia Saudita a inviare forze sul terreno, sono la prova delle ambiguità e dei doppi giochi in atto.
L’ultimo colpo di scena riguarda il cosiddetto Califfo del terrore, Abu Bakr Al Baghdadi. Più volte è stato dato per morto, o paralizzato. L’11 ottobre si disse che era rimasto ucciso o ferito nel raid aereo iracheno che aveva colpito il convoglio con cui viaggiava in una zona di confine con la Siria. Ora secondo l’agenzia iraniana vicina alle Guardie della rivoluzione, si sarebbe rifugiato a Sirte, in Libia, dopo un soggiorno in Turchia per curare le gravi ferite riportate nel raid di ottobre.

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