Ilva

Ilva, solo sei mesi per superare il no Ue e in pole position torna Arcelor Mittal

Fallito il progetto del governo che aveva bollato come irricevibile la proposta degli indiani con soci italiani

GIULIANO FOSCHINI, la Repubblica • 27/12/2015 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Copertina, Europa, Lavoro, economia & finanza • 719 Viste

 Al momento gli unici infatti che possono rilevare Ilva sembra essere proprio Mittal, aiutati da imprenditori italiani guidati probabilmente da Marcegaglia. L’idea è quella di un fitto di ramo di azienda che veda gli indiani al 51 e il gruppo di società di casa nostra (che potrebbe comprendere anche Amenduni o il presidente di Federacciai Gozzi) come soci di minoranza. E non è nemmeno da escludere una situazione mista, con la possibilità di staccare gli stabilimenti di Novi e Corigliano dal corpo centrale di Taranto.
Certo è che chi comprerà non dovrà occuparsi della bonifica: quella verrà gestita con soldi pubblici da un bad company statale, probabilmente gestita dallo stesso gruppo di commissari attuali, che potranno poi rifarsi sui Riva alla fine dei processi. In questa maniera si riesce a evitare anche la scure di Bruxelles che ha messo sotto accusa i 300 milioni ultimi girati dal governo a Ilva (e poco importa, dice l’Unione europea, se è prevista una restituzione con tassi di interesse). Ma anche i 400 milioni di prestito garantito dallo Stato inseriti nella legge dello scorso marzo e gli ulteriori 800 milioni previsti nella legge di Stabilità, sempre come prestito garantito.
A spingere perché Bruxelles aprisse una procedura di infrazione sono state le associazioni ambientaliste, che sperano che l’Ilva chiuda. E i diretti concorrenti del siderurgico, a partire da Arcelor, che non volevano tra i piedi un concorrente “supportato”. E che negli ultimi due mesi stava provando a rimettere le cose in sesto: dai 50 milioni persi si è scesi a circa meno 15 grazie alle nuove commesse (Snam su tutti) e soprattutto al filo diretto con la Fca di Marchionne. E hanno ripreso in mano un vecchio progetto di Enrico Bondi che pensava, come ha spiegato il presidente della commissione industria, il senatore Pd Massimo Mucchetti, «a un’acciaieria ibrida con un’attività fusoria alimentata in buona misura, dal 20 al 40%, da minerale di ferro preridotto con il gas». Un’idea ben diversa rispetto a quella rappresentata dai vertici di Arcelor, Pierre Orsoni e Ondra Otradovec, poco più di sei mesi fa al Parlamento: «Contiamo di mantenere la maggior parte degli addetti, ma naturalmente puntiamo a superare la capacità produttiva dell’Ilva che a piena capacità è finora arrivata a una produzione di 9 milioni di tonnellate di acciaio l’anno» dissero. «Noi saremmo in grado di mantenere gli attuali livelli occupazionali se possiamo portare la produzione sopra i 9 milioni di tonnellate l’anno». Una condizione esclusa dall’Aia (l’Autorizzazione integrata ambientale) che aveva fissato il massimo della produzione di acciaio a 8,3 milioni di tonnellate. Ma, ora, rivedibile perché il governo ha cancellato il dogma dell’Aia scatenando le ire degli ambientaliste e delle autorità scientifiche, a partire dal direttore generale dell’Arpa Puglia, Giorgio Assennato. «Nessuna meraviglia: non abbiamo più certezze, nessuna speranza» dicono però gli operai, vestiti bene, mentre escono dalla messa del pomeriggio alla parrocchia Gesù Divin Lavoratore. In lontananza, sull’altare, si vede un dipinto di un Cristo, avvolto dalle ciminiere.

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