profughi

La grande paura diventa solidarietà ma resta la sindrome dell’assedio

Neppure tanto tempo fa, l’immigrazione appariva la principale causa delle nostre paure. Agitate da alcuni attori politici. Moltiplicate dai media. Ma oggi la scena sembra cambiata

ILVO DIAMANTI, la Repubblica • 15/12/2015 • Copertina, Diritti umani & Discriminazioni, Immigrati & Rifugiati, Informazione & Comunicazione • 666 Viste

UN TEMPO, neppure tanto tempo fa, l’immigrazione appariva la principale causa delle nostre paure. Agitate da alcuni attori politici. Moltiplicate dai media. Ma oggi la scena sembra cambiata. Certo, gli immigrati generano ancora inquietudine. Ma non evocano più, come prima, “il” nemico che incombe. Perché sono qui. Proiettano la loro immagine sui media. E ci costringono a fare i conti con il “mondo”. Con il “nostro” futuro.
Il III rapporto redatto da Carta di Roma mostra, infatti, come l’immigrato sia divenuto un personaggio comune del nostro paesaggio “sociale” e “mediale”. Bastano poche cifre a renderne l’idea. Nel 2015 si registra infatti il record di notizie sui fenomeni migratori nei telegiornali e nella carta stampata. In particolare, sulla stampa, l’incremento, rispetto agli anni precedenti, è di circa l’80%. Inoltre, durante tutto l’anno, solo in 39 giorni non incontriamo almeno un titolo sull’argomento. Praticamente, si è parlato di immigrati quasi ogni giorno. Quanto alla televisione, nelle edizioni del prime time dei tg delle 7 reti generaliste italiane (Rai, Mediaset e La7), le notizie dedicate all’immigrazione, nel 2015, sono 3.437. Il numero più alto in 11 anni di rilevazioni.
Peraltro, è diventato difficile riassumere l’immigrazione con una sola definizione. Il III Rapporto di Carta nel 2015 propone, non per caso, una rappresentazione “molteplice” degli immigrati. Descritti con nomi e volti diversi. Possibili terroristi, integralisti islamici che minacciano la nostra vita, insinuandosi nelle nostra società. Ma anche profughi, uomini in fuga dalla povertà o dalla violenza. Ebbene questa diversità di nomi e immagini costituisce una frattura cognitiva, rispetto al passato recente. Quando gli immigrati erano, comunque, l’altro. Non-persone (per citare Alessandro Dal Lago). Invece, mai come negli ultimi mesi gli immigrati sono stati descritti “anche” come persone. Che suscitano “pietà”, prima che “solidarietà”. Non perché siamo divenuti più “buoni” (anche se la pubblicazione della foto del bimbo siriano morto sulle coste turche ha sollevato grande emozione). Ma, piuttosto, “realisti”. Di fronte a una “realtà” impossibile da allontanare, anche solo con la retorica. Così la “paura” suscitata dagli immigrati (come segnala l’Osservatorio di Demos) nell’ultimo anno è risalita. Ma è rimasta lontana dai livelli del 2008. Oggi, a differenza di allora, non siamo in campagna elettorale. Ma, soprattutto, l’immigrazione non ha un solo volto. E non c’è confine che possa difenderci dalle guerre, né dalle emergenze sociali e umanitarie che esplodono intorno a noi. La retorica dell’invasione è divenuta, quindi, retorica. Ha perduto efficacia polemica. Perché è difficile venire invasi da un mondo “sconfinato”, dove i confini non garantiscono più certezze. Neppure cognitive. Non ci fanno sentire distinti e distanti dai luoghi da cui fuggono “gli altri”.
Così, le immagini dei “muri” eretti in Ungheria, sui Balcani, i “blocchi” sulla Manica e a Ventimiglia, evocano i fallimenti dell’Europa senza frontiere. Che ora cerca di presidiare, con poca fortuna, il Mare nostrum. E ri-chiude le frontiere, al proprio interno. Com’è avvenuto dopo gli attentati di Parigi. Una vittoria degli “imprenditori della paura” – si è detto. Eppure, proprio in Francia, alle elezioni recenti, gli “imprenditori della paura” hanno ottenuto un risultato importante. Ma sono stati sconfitti. Segno che la la sindrome dell’invasione e dell’assedio si sono diffuse. In Europa e da noi. Ma restano minoritarie. Perché appaiono “irrealiste” di fronte a un fenomeno “reale”, oltre che mediale. Gli immigrati: pongono una questione difficile e ineludibile. Inutile illudersi di rimuoverla. Con nuovi muri che ci separano, anzitutto, da noi stessi.
L’estremismo non paga come hanno appena dimostrato le elezioni regionali in Francia

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