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Etruria, ex manager contro Bankitalia. Boschi: se mio padre indagato resto

Nella memoria difensiva congiunta, Fornasari e Bronchi tentano di ribaltare le accuse: incastrati da via Nazionale

FABIO TONACCI, la Repubblica • 12/1/2016 • Copertina, Lavoro, economia & finanza, Politica & Istituzioni • 768 Viste

AREZZO. Incastrati da Bankitalia, ecco come si sentono gli ex manager dell’Etruria. E nel tentativo di difendersi, finiscono pure per scaricarsi le responsabilità addosso. Prendiamo l’ex presidente Giuseppe Fornasari e l’ex direttore generale Luca Bronchi. I due sono indagati dalla procura di Arezzo per ostacolo alla vigilanza e false fatturazioni, e sono ritenuti, in virtù dei ruoli che ricoprivano, tra i maggiori responsabili del dissesto della Popolare. Nella memoria difensiva congiunta di cinquanta pagine consegnata alla Banca d’Italia nel tentativo di evitare o perlomeno attenuare le sanzioni in arrivo, ribaltano le accuse, chiamando in causa direttamente il governatore Ignazio Visco e la lettera che inviò al cda dell’Etruria il 5 dicembre 2013.

In quella lettera Visco scriveva: «La banca è ormai condizionata in modo irreversibile da vincoli economici, finanziari e patrimoniali che ne hanno ingessato l’operatività». E chiedeva «l’integrazione con un gruppo di adeguato standing». Dopo quella comunicazione, Visco inviò di nuovo gli ispettori nella sede centrale di Arezzo nel dicembre 2014, i quali scopriranno una lunga sfilza di violazioni e di «inerzie» da parte dei manager di allora.

Bronchi però ragiona diversamente, e attacca: «Fin dal 5 dicembre Bankitalia aveva ritenuto che l’unica opzione strategica percorribile fosse l’integrazione con un altro gruppo. Quindi non si comprende quali altri interventi avrebbero potuto essere adottati per ristabilire l’equilibrio reddituale quando neanche la Ban- ca d’Italia li aveva individuati». Di più: «Bankitalia ci aveva espressamente proibito di adottare ogni altra azione strategica che non fosse l’integrazione. Si è persino imposto alla banca “di astenersi dall’effettuare l’incorporazione della Banca Lecchese”, nonostante l’operazione fosse in stato avanzato». In pratica, sostiene l’ex dg, Bankitalia aveva due facce: nel 2013 gli ordinò di occuparsi solo della fusione con un altro istituto bancario, nel 2015 gli ha contestato decine di provvedimenti non presi.

Nelle poche interviste rilasciate alla stampa, gli ex vertici della Popolare toscana questo non lo dicono mai. Temono la “ritorsione” di Palazzo Koch, che sta ancora decidendo l’ammontare delle multe. Ma nelle memorie difensive, il loro reale pensiero viene fuori. Così come quando Fornasari e Bronchi si scrollano di dosso l’accusa di essere i maggiori responsabili della malagestione. «Il presidente – si difende Fornasari – per legge ha solo il compito di favorire la dialettica interna e l’adeguata circolazione di informazioni dentro il cda». E Bronchi, quando gli viene contestato di non aver ridotto di 410 unità la forza lavoro per riequilibrare i bilanci, afferma: «È un’assoluta contraddizione. La decisione al riguardo spetta all’ autonomia del cda».

Ieri intanto il ministro delle Riforme Maria Elena Boschi, ospite di “Otto e mezzo” su La7, è tornata a parlare della vicenda. “Se mio padre venisse indagato – ha detto – dovrebbe trovarsi un avvocato, ma questo non avrebbe un impatto su di me. La Costituzione dice che la responsabilità penale è personale e un’indagine non è una sentenza di condanna”. Una risposta a chi le chiede, in caso di un avviso di garanzia all’ex vicepresidente Pier Luigi Boschi, di dimettersi.

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