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Jobs Act, nove miliardi di incentivi per un’occupazione lillipuziana

Bankitalia. Per Via Nazionale la renzianissima riforma produrrà un aumento dell’occupazione di 0,3 punti percentuali nel prossimo biennio

Mario Pierro, il manifesto • 16/1/2016 • Copertina, Lavoro, economia & finanza • 780 Viste

Bankitalia conferma: gli incentivi alle imprese e la libertà di licenziare stabilita dal Jobs Act di Renzi sono misure che hanno portato a un aumento dei «contratti stabili» nel mercato del lavoro italiano. Nel bollettino economico pubblicato ieri, Via Nazionale fa una precisazione: per «contratti stabili» s’intende quelli di «nuova stipula o trasformati da precedenti rapporti a termine». Complessivamente fanno il 38,2% dei nuovi rapporti di lavoro subordinato creati nei primi dieci mesi dal varo della renzianissima riforma. Il punto è un altro: la stragrande maggioranza di questi contratti è prodotta dalle trasformazioni dei vecchi contratti precari nella formula paradossale del «contratto a tutele crescenti»: il contratto che permette al datore di lavoro di licenziare in qualsiasi momento il lavoratore, previo pagamento in denaro di un’indennità, saltando la fase del contenzioso giudiziario.

Colpisce la valutazione fatta da Bankitalia sui risultati attesi nell’occupazione per il prossimo triennio: se dureranno, i provvedimenti di sgravio contributivo sulle nuove assunzioni a tempo indeterminato (passati nel 2016 da 8 mila a poco più di 3 mila euro per assunto) genererà una nuova occupazione pari a circa 0,3 punti percentuali. Zero tre per cento per oltre 9 miliardi di euro di denaro pubblico erogato a privati per mettere un segno più nelle statistiche. La modestia dei risultati non fa crollare il «cauto ottimismo» della banca centrale. L’obiettivo del 2016 è far scendere il tasso di disoccupazione sotto l’11 per cento. E questo nonostante la stagnazione evidente dell’occupazione registrata dall’Istat da settembre in poi. Senza contare il prevedibile aumento degli inattivi, cioè di coloro che sono tornati sul mercato del lavoro ma non cercano più un’occupazione, disillusi dal poterne trovare una. L’affanosa ricerca di una crescita che non porta nuova occupazione, ma ricicla in nuove forme il precariato esistente, continuerà a giocare anche per il nuovo anno brutti scherzi.

Dal bollettino emerge il ritratto di un’economia soggetta ai rischi geopolitici (terrorismo), le gravi tensioni monetarie prodotte dalla Fed americana e dalla Banca centrale Cinese, e del loro impatto sulle economie emergenti. In questa tormenta il «Qe» della Banca Centrale Europea non fa alzare l’inflazione, come previsto. In Italia, ha confermato ieri l’Istat, è aumentata dello 0,1% nei confronti di dicembre 2014, lo stesso registrato a novembre. Un indice nazionale dei prezzi al consumo — al lordo dei tabacchi — così basso non lo si vedeva dal 1959. Per Bankitalia dovrebbe crescere allo 0,3% quest’anno per arrivare all’1,2% nel 2017. Previsioni molto incerte che attestano il girare a vuoto della strategia di Draghi che intende riportare l’inflazione europea poco sotto il 2%, come da mandato della Bce. Bankitalia lo spiega con la «contenuta crescita dei salari nominali che riflette gli esiti dei contratti rinnovati e di quelli che saranno siglati nel corso del biennio» per i quali si ipotizza aumenti in linea con l’inflazione: vale a dire, pochi euro in più.

Sulla crescita nel biennio centrale per il futuro della carriera politica di Renzi, Bankitalia prevede un aumento dell’1,5% nel 2016 e 2017. Tale aumento viene in gran parte attribuito a fattori esogeni rispetto all’economia reale italiana: l’acquisto dei titoli italiani da parte della Bce, pari a 73 miliardi di euro solo nel 2015, dovrebbe incidere per circa 1,5%, la politica di bilancio per 0,4 punti, la flessione del prezzo del petrolio per circa 0,8 punti. Su queste basi si fonda la politica renziana delle mance elettorali e dei bonus per categorie socio-professionali. Il governo si aspetta così effetti positivi sui consumi finali delle famiglie (+1,6% nel 2015). Con un’avvertenza: nel 2016 la spesa in beni durevoli salirà a ritmi più contenuti rispetto al 2015, mentre il tasso di risparmio delle famiglie resterà alto al 10%, quindi resteranno bassi gli investimenti, ad esempio sul mattone. Stime e previsioni che rischiano di non soddisfare l’ansia di un governo concentrato su una strategia di corto respiro.

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