L’Europa verso una mini-Schengen

L’Europa verso una mini-Schengen

L’Europa mette in mora la Grecia e lancia la procedura per prolungare, da maggio, la chiusura delle frontiere interne per due anni. Una scelta che mette a rischio Schengen, la stessa tenuta politica dell’Unione e che lascia insoddisfatti diversi governi, come quello italiano. Le raccomandazioni che impongono a Tsipras di bloccare il flusso dei profughi in arrivo dalla Turchia verso l’Europa del Nord sono state approvate ieri dagli ambasciatori dei Ventotto riuniti a Bruxelles. Domani il via libera definitivo da parte dei ministri delle Finanze.

Ieri non c’è stato voto perché il rappresentante greco non lo ha richiesto. Diversi paesi, come l’Italia, si sarebbero astenuti o avrebbero votato contro, ma la posizione incerta della Spagna, senza governo da dicembre, non ha permesso di formare una minoranza di blocco che avrebbe disinnescato le raccomandazioni e l’avvio della procedura per sospendere Schengen.

A maggio Austria, Francia, Germania, Svezia, Danimarca, Olanda e Norvegia non potranno più mantenere i controlli alle frontiere ripristinati a settembre. Ma grazie all’attivazione dell’articolo 19b di Schengen con le raccomandazioni alla Grecia, a maggio Bruxelles potrà permettere loro di mantenere i controlli per altri 24 mesi. Certo, nei prossimi tre mesi Tsipras potrebbe conformarsi alle prescrizioni Ue e disinnescare il rischio blocco, ma in pochi ci scommettono.

Ora il timore dei governi mediterranei, compreso quello italiano, è che i paesi del Nord che già oggi hanno chiuso i valichi in caso di prolungamento del blocco decidano di sigillare le frontiere verso l’Europa del Sud, lasciando invece aperte quelle tra loro dando vita a una mini- Schengen. Un modo per bloccare il flusso dei migranti dalla Grecia e mettere al riparo leader come Angela Merkel che rischiano di essere travolti dall’ingresso incontrollato dei rifugiati oltretutto limitando i danni alle loro economie.

Uno scenario che non piace all’Italia, che rischierebbe di trovarsi isolata all’esterno della libera circolazione subendo danni commerciali ed economici. Si aggiunge il rischio di essere travolti da una nuova ondata migratoria causata dalla chiusura della rotta balcanica: i profughi che oggi tramite Turchia, Grecia e Macedonia vanno a Nord, potrebbero cambiare strada tornando a partire dalla Libia o attraversando l’Egeo dalla Grecia all’Italia. Che oltretutto potrebbe trovarsi isolata rispetto agli altri paesi, lasciata sola nel gestire i nuovi arrivi. A Roma non piace nemmeno che nella bozza del summit del 18 febbraio non si parli di nuove regole per rendere permanenti ed efficaci le riallocazioni (modifica di Dublino). Se ne parlerà solo al successivo vertice di marzo, ma Renzi la prossima settimana insisterà a Bruxelles perché la Grecia non venga lasciata sola e si risolva la crisi tutti insieme.

Ieri intanto la Commissione ha stimato che solo il ripristino permanente o a lungo termine dei controlli alle frontiere costerebbe tra i 5 e i 18 miliardi l’anno (solo il controllo dei passaporti costa 1,1 miliardi). Il turismo invece perderebbe dai 10 ai 20 miliardi. Bruxelles ha messo nel mirino i governi che non prendono i rifugiati sbarcati in Italia e Grecia come previsto dalle riallocazioni, ha lodato gli sforzi del governo italiano per affrontare l’emergenza anche se ha chiesto di completare gli hotspot, di aumentare i rimpatri di chi non ha diritto all’asilo e ha avviato il secondo step della procedura di infrazione per l’impossibilità di prendere la residenza nel nostro Paese per i rifugiati. Ha invece annunciato che il procedimento per la mancata presa delle impronte digitali sarà presto archiviato.



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