Banksy

Inchiesta hi-tech sul misterioso Banksy ecco la mappa che svela il writer

Tecniche anti-terrore confermano la pista che porta al nome di Robin Gunningham

ENRICO FRANCESCHINI, la Repubblica • 5/3/2016 • Copertina, Libri & culture • 1086 Viste

LONDRA Dimmi dove vai e ti dirò chi sei. Una sofisticata tecnica usata per identificare criminali e terroristi avrebbe definitivamente smascherato Banksy, l’artista misterioso che lascia i suoi graffiti sui muri di Londra e di mezzo mondo. Il “Geographic profiling” (profilatura geografica) è un metodo statistico basato su informazioni pubbliche: si raccolgono tutti i luoghi collegati in qualche modo con la persona da individuare e voilà, come in quei disegni in cui si devono connettere tanti puntini con una tratto di matita per fare emergere una figura, affiora l’identità più probabile. Naturalmente un nome e cognome a Banksy era stato già dato, otto anni or sono, da un’investigazione del Daily Mail: il quotidiano londinese aveva rivelato che il rivoluzionario graffitaro si chiama Robin Gunningham ed è originario di Bristol. Ma il giornale non aveva spiegato come fosse arrivato a questa conclusione. E per quanto avesse cercato conferme da familiari, compagni di scuola e conoscenti del Gunningham in questione, sull’identificazione era rimasto qualche dubbio.

Per risolvere il mistero ci è voluto un team di scienziati della Queen Mary University, prestigiosa università della capitale britannica. Utilizzando la mappatura di 140 posti in cui Banksy ha fatto un disegno su un muro e di tutti gli indirizzi che hanno avuto a che fare con lui, gli studiosi hanno confermato l’identificazione effettuata dal Mail: il vero nome dell’artista senza volto è davvero Robin Gunningham. Non solo: la Bbc rivela che gli avvocati di Banksy sono entrati in azione nei giorni scorsi per bloccare la pubblicazione dello studio sulla rivista scientifica Journal of Spatial Science, a dimostrazione che i ricercatori della Queen Mary hanno effettivamente colto nel segno. Ma i legali sono riusciti soltanto a rimandare di qualche giorno l’apparizione dell’articolo, intitolato “Tagging Banksy” (Scoprire Banksy).

Un aspetto della scoperta è la fine di un giallo che ha incuriosito a lungo il mondo dell’arte: il pittore “maledetto”, la primula rossa dei graffiti, che dai primi Anni ’90 in poi si è divertito a “firmare” le sue proteste contro l’establishment, il razzismo, gli eccessi del capitalismo, vergando immagini ironiche o allusive sui muri delle città, ha perso definitivamente l’anonimato. Un altro aspetto, ed è questa la ragione che ha spinto gli scienziati inglesi a indagare su Banksy, riguarda l’efficacia della tecnica in questione: «I nostri risultati riaffermano studi precedenti secondo cui per esempio un’analisi geografica di atti di violenza o terrorismo a bassa intensità permetterebbe di individuare basi criminali o terroristiche prima che abbiano luogo azioni più gravi», osserva il biologo Steve Le Comber, uno degli autori della ricerca. Un avviso agli eversori: il Grande Fratello vi vede. Ma la terza lezione dell’iniziativa è che, se una tecnica simile venisse usata sistematicamente, nessuno potrebbe più nascondersi da nessuna parte: basterebbe seguire le tracce lasciate nella vita precedente, i piccoli segni di altre apparizioni, per scoprire chi è e dov’è. A parte gli artisti che scelgono nomi d’arte perché li preferiscono al proprio nome anagrafico, ci sono quelli che vorrebbero indossare una maschera per tutta la vita, usando uno pseudonimo: con la “profilatura geografica” servirebbe a poco. È la rivoluzione digitale, bellezza: non per niente, quando si vuole sapere qualcosa di più di una persona, si dice “dagli una googlata”. Quella usata per Banksy è una “googlata” che farebbe cadere la maschera a chiunque.

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