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Il clima val bene un’altra cerimonia

Onu. Oggi la firma a New York degli accordi di Parigi alla Cop21. 162 paesi si erano impegnati, 146 saranno presenti. Ma la strada è ancora lunga per l’entrata in vigore. Usa e Cina dovrebbero ratificare entro l’anno, mentre la Ue è in difficoltà

Anna Maria Merlo, il manifesto • 22/4/2016 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Copertina • 1060 Viste

Grande cerimonia, oggi all’Onu, 4 mesi dopo la Cop21 di Parigi, per ufficializzare gli impegni presi a dicembre per far fronte al disordine e al riscaldamento climatico: 146 paesi, stando alle promesse, dovrebbero essere presenti, un record storico (sarebbe battuta la presenza alla convenzione di Montego Bay sul diritto del mare, 119 paesi presenti), 55 capi di stato hanno annunciato l’arrivo (Hollande compreso).

Gli scienziati e il Giec continuano a lanciare l’allarme sul riscaldamento e le sue conseguenze: nel mondo ci sono già 20 milioni di rifugiati climatici, ma oggi sarà solo un’altra tappa interlocutoria. Bisognerà aspettare che almeno 55 paesi, che rappresentano il 55% delle emissioni di gas a effetto serra, abbiano ratificato l’accordo della Cop21 perché questo entri in vigore.

Siamo ancora lontani, anche se sui 162 paesi che si sono impegnati a firmare sui 195 presenti alla Cop21 a Parigi, una decina – e tra i più grandi, Usa, Cina, Canada – hanno promesso di farlo entro l’anno. Per il momento, solo 3 paesi hanno ratificato, anticipando la cerimonia Onu: Svizzera, isole Marshall e Palau. In Francia, il voto avrà luogo all’Assemblea il 17 maggio, primo paese della Ue. L’Unione europea, che si è a lungo vantata di essere all’avanguardia per la lotta alle emissioni di gas a effetto serra, rappresenta ora un problema: la Commissione ha negoziato alla Cop21 per i 28, ma le ratifiche dovranno avvenire a livello nazionale e tra gli stati membri ci sono grandi differenze di posizione (Romania e Polonia, per esempio, restano molto dipendenti dal carbone e quindi sono reticenti, l’Italia continua con le trivelle).

Al punto che, per l’entrata in vigore dell’accordo mondiale, l’Onu calcola che possa avvenire senza tener conto dei paesi Ue, dove la procedura di ratificazione prenderà molto tempo: se sarà approvato da Usa e Cina, complessivamente responsabili per il 38% delle emissioni, molti paesi dovrebbero seguire, convinti che tagliare il Co2 non significa colpire la crescita economica e che ormai le energie fossili non sono l’avvenire della terra. Dal punto di vista economico, difatti, l’anno di svolta è stato il 2014.

Secondo i dati Aie, gli investimenti nelle energie rinnovabili sono stati il doppio di quelli nelle energie fossili.

Questi investimenti sono in netta crescita dal 2013, secondo dati Pnud sono stati di 286 miliardi nel 2015, la Cina è il primo investitore nel solare e nell’eolico (102 miliardi, un terzo del totale), gli emergenti hanno superato i paesi sviluppati, 156 miliardi contro 130. Negli Usa, le due grandi società del carbone, Peabody e Arch Coal, sono in fallimento. Sempre negli Usa, dal 2000 le emissioni di gas serra sono diminuite del 6% mentre il Pil è cresciuto del 28%. Molti paesi restano reticenti: la Russia, responsabile del 5,2% delle emissioni, il Brasile (2,3%) in pieno marasma politico, il Giappone (3%), che dopo la catastrofe di Fukushima è maggiormente dipendente dalle energie fossili.

«La Cop21 è stata un successo – ha commentato la presidente della convenzione-quadro sui cambiamenti climatici, la costaricana Christiana Figueras – ma questa era la parte più facile». L’Onu considera con preoccupazione anche il fatto che tutti i protagonisti della Cop21 di Parigi o sono già stati sostituiti o lo saranno a breve. Laurent Fabius, che a dicembre era ministro degli Esteri e che ha battuto il martello per segnare la conclusione dell’accordo, non è neppure stato invitato alla cerimonia di oggi a New York.

La responsabilità sarebbe di Ségolène Royal, ministra dell’ambiente che ha insistito per scartare Fabius (oggi alla testa del Consiglio costituzionale) e piazzarsi alla guida della diplomazia ambientale francese. «Non ho ricevuto l’invito – ha commentato Fabius – ci sarà stato un problema alla Posta». Royal ha anche cercato di sbarrare la strada a Laurence Tubiana, che aveva negoziato la Cop21, ma la ministra ha dovuto cedere e la diplomatica è la candidata della Francia alla successione di Figueras, che lascia a fine luglio. Anche il mandato di Ban Ki-Moon, segretario generale dell’Onu che si era impegnato per il successo della Cop21, scade all’inizio 2017. Negli Usa, il capo-delegazione Todd Stern ha già lasciato, mentre il segretario di stato John Kerry se ne andrà con Obama.

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