Carlo Petrini

“Quella notte in cantina di trent’anni fa quando con 50 amici inventai Slow Food”

Carlo Petrini: “Dallo scandalo del vino al metanolo a un movimento che ha cambiato la vita di migliaia di persone”

MAURIZIO CROSETTI, la Repubblica • 15/4/2016 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Copertina, Stili di vita e di consumo • 623 Viste

TORINO Non erano quattro amici al bar, ma cinquanta amici in cantina e al ristorante. Ed era il 1986: trent’anni fa. Erano due o tre sere di luglio, quando la terra sotto le vigne profuma quasi di cioccolato e ha la stessa tinta brunita. Carlo Petrini era già, per tutti, Carlìn, diminutivo piemontese da bimbo o da vecchio zio (“barba Carlìn”) e aveva già questo aspetto da monaco o da patriarca di campagna, lui a capotavola, gli altri ad ascoltare un vaneggiamento, una visione, un sogno. Quei cinquanta folli stavano infatti fondando Arcigola, da cui per gemmazione, tre anni più tardi, sarebbe fiorito Slow Food e poi una galassia sterminata di cose: Salone del Gusto, Terra Madre, Cheese, editoria, Slow Fish, l’Università di Pollenzo. Miliardi di chilometri di strada: mica male per una chiocciolina.

Carlìn, se la ricorda quella sera lì?

«Ricordo l’orgoglio di essere nella mia terra. Ricordo i giorni tra il castello di Barolo, Fontanafredda e l’osteria del Boccondivino a Bra. Ricordo quando mettemmo tutto nero su bianco, e mica era normale allora una faccenda del genere».

Facevate la figura dei mangioni, eh?

«Più o meno. Erano gli anni del riflusso, si scappava dalla politica e io, come uomo di sinistra, passavo per quello che ormai pensava solo alle degustazioni. Non venni capito».

Come nacque l’idea?

«Collaboravo con una bellissima rivista purtroppo scomparsa, La gola. Con la scusa del cibo si parlava di antropologia, sociologia, filosofia. Mi chiesero: perché non sviluppi una componente associativa nell’Arci? Allora creammo Arcigola».

Non male il sottotitolo.

«Movimento internazionale per la tutela e il diritto al piacere. Al piacere, vi rendete conto? Lo pensavamo come un diritto di tutti, non solo dei ricchi. Poi abbiamo battuto il ferro».

Che anni erano, quelli, per le vigne piemontesi?

«Un disastro, lo scandalo del metanolo ci aveva messi in ginocchio. I produttori andavano a vendere le uve in piazza a Savona, dove i compratori aspettavano che venisse sera per far precipitare i prezzi. Ma i figli di quei contadini hanno creduto al rinascimento del vino, si sono messi a produrre meno ma meglio, si sono fatti delle belle cantine, hanno venduto le bottiglie a cifre giuste. Oggi, Langhe e Roero sono una specie di terra promessa, ma guai dimenticare il tempo della malora e come ne uscimmo».

Poi, l’altra intuizione: Slow Food. Unica cosa lenta, il cibo.

«Capimmo che il terreno da arare era molto più ampio, non solo Piemonte, non solo Italia, non solo Europa. Non solo cibi e vini ma agricoltura, produzione, alimentazione, salute, lavoro. Temi come l’economia sostenibile e la filiera a chilometro zero erano robe da marziani».

C’è un pianeta di questo universo slow di cui andare più fieri ?

«Terra Madre sarà sempre il mio orgoglio. Mi dicevano: “Carlìn, ma t’ses mat? Cinquemila contadini da tutto il mondo dove li mettiamo?”. E invece centinaia di piemontesi hanno aperto le loro case, e Regione e Comune ci hanno creduto. Nel 2004 la prima edizione, e dopo pochi mesi già avevamo capito che Terra Madre stava cambiando la vita a un sacco di gente. Andavi in Patagonia e ti parlavano di Terra Madre».

Cosa potrebbe funzionare meglio?

«Temo la burocrazia. Il nostro è un movimento ingovernabile. Guai se non rimaniamo austeramente anarchici come siamo sempre stati».

Però, Carlìn, tutto ‘sto cibo dappertutto, non se ne può più.

«Ma enogastronomia non vuol dire impiattare pastasciutta in televisione. Semmai, la contraddizione è parlare di cibo e vino in un mondo che ancora muore di fame, e io penso che Terra Madre abbia un po’ fermato questa schizofrenia perché ha creato un tessuto di comunità, facendo discutere di cibo giusto in Perù, in Burkina Faso o in Amazzonia».

Carlìn fondatore di università: robe da chiodi, come diciamo in Piemonte.

«Ah, che bellezza. Nessun movimento ha un ateneo, nemmeno Greenpeace. Più di duemila ragazzi si sono già laureati a Pollenzo, portando nel mondo le nostre idee di cibo buono, pulito e giusto. Un miracolo, anche, dell’intelligenza affettiva. Quella del cervello è sopravvalutata, invece quella del cuore andrebbe cercata di più».

C’è una parola chiave per tutto questo?

«Fiducia. Se guardi bene i contadini di Terra Madre, come fai a non fidarti di loro?».

E il prossimo sogno, Carlìn?

«Vedere, prima di morire, la fame nel mondo ridotta a zero. Si può. La schiavitù ci ha messo due secoli per scomparire quasi del tutto, dunque non è un’utopia. Lo pretendono 800 milioni di malnutriti».

Se le chiedessero una regola, ma una soltanto, per fare di una visione una possibile realtà?

«Tenere la schiena dritta sempre».

E poi, domani?

«Ho quasi 70 anni e non smetto di dirmi: “Esageroma nen”. Ho appena perso un caro amico, Gianmaria Testa: a un bel momento bisogna cominciare a prendere le misure alle cose».

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