IL FRAGILE EQUILIBRIO DELLE NOSTRE BANLIEUE

IL FRAGILE EQUILIBRIO DELLE NOSTRE BANLIEUE

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ESISTE il rischio jihadista nelle nostre città, nelle nostre periferie? Questa domanda serpeggia nella pancia degli italiani. La risposta più comune, da parte di studiosi e autorità pubbliche, oscilla tra il “no” rassicurante e il prudente “meno che altrove”. Certo meno che a Londra, Parigi o Bruxelles. Soprattutto per due fenomeni tipicamente nostrani: non essere stati vero impero, non sentirsi vera nazione. La modesta e tardiva proiezione imperiale comporta che rispetto alle metropoli delle ex potenze coloniali europee le nostre città ospitino un minor numero di musulmani (il 4% nella provincia milanese, la metà in quella capitolina, contro le percentuali a due cifre di Londra o Parigi), in maggioranza ancora di prima generazione. La tipologia della banlieue come società parallela, ghetto per comunità allogene isolate dal centro dominato dai cittadini “di ceppo”, non ha preso piede da noi.

Il moderato sentimento nazionalistico e la tendenza a non enfatizzarlo nella vita quotidiana favoriscono poi la disposizione all’accoglienza del migrante, cui viene di fatto attribuito un ruolo economico e sociale decisivo, fosse solo per limitare l’altrimenti irreversibile declino demografico e per sobbarcarsi lavori cui i nativi sono ormai refrattari. Sicché un Paese che non si pretende paradigma identitario può costituire un caso di integrazione informale che culmina nella “ mixité alla romana” o nel “multiculturalismo alla napoletana”. Architetture sociali precarie, forse irriproducibili, eppure relativamente efficienti.

Ma tali peculiari equilibri sono instabili. Le valvole di sicurezza potrebbero saltare. La paura dell’alieno potrebbe prevalere, istigando e legittimando la ghettizzazione. Così eccitando la stigmatizzazione dello straniero, a cominciare dall’islamico. E la diffusione di ghetti urbani a forte omogeneità etnica, monadi di sofferenza e rabbia. Terreno di coltura per potenziali jihadisti.

L’ossessione securitaria minaccia però di farci perdere di vista i termini davvero decisivi della partita delle nostre periferie. Di quegli spazi che ci ostiniamo a definire periferici, identificandoli non in base alla geografia, che li renderebbe quasi indistinguibili dall’ipotetico centro, ma al disagio urbano. Perché è da qui che conviene muovere per identificare le “periferie” — le virgolette stanno a ricordare la vaghezza del termine — e per tentarne la riqualificazione. Stefano Boeri indica la polarità città-anticittà come più pertinente della coppia centro-periferia nel determinare le direttrici della battaglia per la riabilitazione del nostro frammentato tessuto urbano, che specie lungo la fascia adriatica non ha quasi soluzione di continuità. Dove per anticittà s’intende il degrado delle infrastrutture, dei servizi e degli edifici, la perdita degli scambi sociali e culturali che segnano storia e spirito della civitas — pur sempre una specialità italiana — il predominio delle mafie. Mentre città significa luoghi di aggregazione — cominciando dalle piazze, dalle scuole, dai centri sportivi e artistici — dove gente diversa costruisce insieme, a partire dalle proprie radici, l’appartenenza allo spazio urbano come bene pubblico.

Ricucire e riabilitare il nostro territorio urbanizzato, dove grande capitale privato e “imprenditori in canottiera” hanno dettato ritmi e moduli della frammentazione urbana con un tasso parossistico di consumo del suolo, significa progettare una strategia a tenaglia, che tenga insieme “alto” e “basso”, pubblico e privato, nazionale e locale, centri e periferie, italiani “di ceppo” e nuovi aspiranti italiani. Perché il Paese delle cento città non scada a terra delle mille periferie.

 



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