La sinistra Pd attacca “Dimissioni del leader e subito il congresso”

La sinistra Pd attacca “Dimissioni del leader e subito il congresso”

ROMA.  «Renzi lasci la segreteria del Pd». La sinistra dem si prepara all’attacco. Per la “ditta”, ovvero quella parte del partito che fa capo a Bersani e Speranza, una sconfitta di questa portata alle amministrative deve segnare una svolta vera. Di linea politica e di gestione del partito. Non basta un restyling, come il premier-segretario ha fatto già trapelare, prendendo atto di un partito in crisi profonda, commissariato a Roma con Matteo Orfini, in Liguria con Davide Ermini, in mezza Sicilia con Ernesto Carbone e tra poco a Napoli e in Veneto. Ma per la minoranza non è sufficiente qualche ritocco all’organigramma.

«Il Pd sta male, i risultati ne sono la conferma, si è rotto il rapporto con il nostro elettorato ». Roberto Speranza si limita a poche parole ma ricorda l’analisi che la minoranza ha fatto da tempo. Sia Speranza che l’ex segretario Bersani hanno detto e ribadiscono che il doppio ruolo di segretario- premier ha “ammazzato” il Pd; che la rincorsa dei voti dei moderati e le alleanza con Verdini sono state fallimentari e hanno fatto perdere consensi. Il doppio ruolo che «non va bene».

Gianni Cuperlo parla di «dato negativo» e di «forte preoccupazione ». Dice: «Giachetti va ringraziato per la generosità con cui si è battuto a Roma», ma la sconfitta è cocente, termometro del disastro Capitale di cui il Pd è stato protagonista. Aggiunge: «Alla luce di quanto è accaduto, va ridiscusso l’Itali-cum ». Una questione che Bersani ha posto più volte: la legge elettorale va cambiata. Denuncia Miguel Gotor: «Il doppio ruolo di segretario e di premier deve finire, così come la stagione dei commissariamenti. A Roma ci vuole un congresso subito, mentre il partito è stato “turchizzato” e va anticipato il congresso nazionale. Inoltre le politiche sulla scuola e sul Jobs act hanno contribuito a farci perdere consensi». Sono ore sul filo. La minoranza prepara una convention: era prevista venerdì nella sala delle riunioni al Nazareno. Ma l’appuntamento slitterà, perché Renzi ha convocato la direzione del Pd.

«Non bastano gli aggiustamenti nella segreteria, se è a questi che Renzi pensa»: riflette il bersaniano Nico Stumpo. Il senatore Federico Fornaro mostra dati e raffronti. Dopo essere stato attaccato da Renzi e difeso da Bersani, Fornaro documenta la crisi del renzismo: rispetto alle comunali del 2011 il Pd ha perso il 4,3% pari a oltre 200 mila voti in valore assoluto. Prese come campione le città capoluogo, i candidati del centrosinistra hanno complessivamente dissipato dieci punti e mezzo. Dell’apoteosi del centrosinistra a Roma, Milano, Torino, Cagliari, Bologna, non ne resta traccia. Ancora. La coalizione di Bersani “Italia bene comune” nel 2013 aveva ottenuto alle politiche il 33,3% e il Pd di Renzi alle europee il 44%: che fine ha fatto questo tesoretto?

A Napoli dove i dem hanno perso malamente al primo turno con Valeria Valente, candidata della corrente dei “giovani turchi”, dopo uno strascico di accuse sulle primarie taroccate, è Antonio Bassolino, a commentare il ballottaggio tra De Magistris e Lettieri: «A Napoli sulla scheda elettorale ci sono ben 22 simboli. Manca quello del Pd, eppure è il partito al governo del paese, è stato compiuto un vero e proprio delitto politico ». Gelate continue nel Pd.. Tensione tra renziani e Massimo D’Alema che, all’uscita del seggio ieri, smentisce di avere pensato di votare Virginia Raggi: «Ho votato come sempre, come faccio da quando ero piccolo, secondo le indicazioni del partito». Quindi Roberto Giachetti, il candidato renziano che non gli è mai piaciuto. Però l’ex premier attacca di nuovo Repubblica, che aveva dato notizia della sua tentazione, e «le manovre di qualcuno all’interno del partito».



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FACEVA certamente effetto vedere l’aula di Montecitorio per metà  deserta: segnalava con la forza d’una immagine la spaccatura del Paese in due, che dura ormai con alterne vicende dal 1994 avendo raggiunto poi il suo culmine negli anni successivi al 2001. Sono dunque ben tre legislature durante le quali la maggioranza ha imposto la sua dittatura, le regole sono state aggirate o travolte, la questione morale è di nuovo tornata di drammatica attualità .

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