Obama: «Riprendiamo la guerra in Afghanistan»

Obama: «Riprendiamo la guerra in Afghanistan»

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KABUL Barack Obama ci ripensa. Sì alle operazioni militari americane in Afghanistan. È passato un anno e mezzo dalla fine della missione di combattimento nel Paese centroasiatico, ma le cose sul terreno vanno male.

Tanto male che, sollecitato dai generali del Pentagono, Obama ha fatto marcia indietro, secondo quanto riferito da fonti anonime ai principiali quotidiani Usa. Sulla carta cambia poco, sul terreno molto: dall’inizio del 2015 e fino a oggi, il comandante delle forze americane in Afghanistan aveva l’autorità di decidere quando era necessario che i suoi uomini aiutassero le forze speciali afghane.

Con le nuove regole d’ingaggio – che il presidente Obama deve ancora ufficializzare – il generale John Nicolson potrà decidere di assistere anche le forze convenzionali al servizio del governo di Kabul. Come succede sempre in questi casi, è tutto un dire e disdire: si estendono i poteri di intervento degli americani, ma solo «in quei casi in cui il loro impiego può rendere possibili effetti strategici sul campo di battaglia».

I soldati a stelle e strisce potranno compiere operazioni sul terreno (già lo fanno le forze speciali e i contractor), ma solo in sostegno a quelli afghani, e non in «combattimento diretto», precisano le solite fonti anonime. Quel che è certo è che le nuove regole servono anche a concedere margini di manovra maggiori per le operazioni aeree, considerate indispensabili per sostenere le truppe afghane anche in contesti offensivi, non solo difensivi. Alle attuali condizioni, i bombardamenti possono avvenire in tre casi: per proteggere le forze americane; per colpire ciò che rimane di al-Qaeda; per proteggere le forze afghane nel caso in cui affrontino il pericolo imminente di essere sopraffatte dai Talebani.

Così, per esempio, è successo a Kunduz nell’ottobre scorso, quando i bombardamenti americani in aiuto alle forze afghane che cercavano di riconquistare la città dai Talebani hanno colpito l’ospedale di Medici senza frontiere, causando almeno 43 morti.

Ora, si potrà far ricorso al sostegno aereo con più facilità, anche se non si tratta di un via libera ai bombardamenti sui leader Talebani in Afghanistan, precisano dal Pentagono. Qualche settimana fa un raid americano ha colpito nel Belucistan pachistano il leader dei turbanti neri, mullah Mansur, e qualcuno ha invocato operazioni simili anche all’interno dei confini afghani. Ma attuare una politica simile vorrebbe dire mettere la parola fine a qualsiasi ipotesi negoziale, su cui sia Washington sia Kabul continuano, dopotutto, a sperare. Non è ancora chiaro, invece, se i generali americani siano riusciti a convincere o meno Obama a rivedere il piano di ritiro dei soldati: per ora sono 9.800 quelli in Afghanistan (al netto dei contractor), ed è previsto che entro il 2017 ne restino circa 5.500.

Su questo, potrebbero esserci annunci a breve.

Comunque troppo poco e troppo tardi, pensano molti al Pentagono. Mentre qui a Kabul sono in tanti a ritenere che i numeri ormai non contino più. L’opzione militare è stata sperimentata a lungo. Con convinzione, perfino con accanimento. Con risorse finanziarie e uomini ben maggiori di quelli attuali (fino a 150,000, ndr).

Eppure non ha condotto a nulla, se non all’aumento delle vittime civili. Dopo molti anni di occupazione e intervento militare, i Talebani sono più forti di prima. Tanto forti da essere usciti indenni da due delicati cambi di leadership e da essere riusciti a penetrare perfino in aree a lungo considerate impermeabili. Le nuove regole di ingaggio non cambieranno l’andamento della guerra, ormai persa. Per questo qualcuno sospetta che la decisione di Obama abbia altri significati: mandare un segnalo ai paesi – come Iran e Russia – che negli ultimi mesi si sono avvicinati ai Talebani, per dire loro che gli americani sono ancora della partita; un messaggio anche ai Talebani, per dire loro che non verranno lasciati indisturbati militarmente; e al governo di Kabul, così fragile da aver bisogno, di tanto in tanto, di qualche pacca sulla spalla.

Al fondo, la decisione di Obama segnala un fallimento personale: quello di un presidente, premio Nobel per la pace, che ha promesso a più riprese di archiviare il capitolo Afghanistan; che è rimasto indeciso sull’opzione da seguire – più truppe o più dialogo con i Talebani; e che si congeda dalla Casa bianca lasciando irrisolta una guerra sparita dai radar dell’opinione pubblica, ma ancora cruciale. Obama ha deciso di lasciare la patata bollente a chi gli succederà. Forse proprio quell’Hillary Clinton a cui ha appena dichiarato il proprio endorsement.



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