Contrordine: non si vota sul governo

Referendum. Il premier Renzi prova a sganciare la consultazione dal gradimento sul suo operato. Con uno spiraglio ambiguo. Dopo aver scommesso tutto sul plebiscito, il dietrofront alla luce dei sondaggi. Ironia generalizzata, dall’M5S a Si, da Forza Italia alla Lega

Andrea Colombo, il manifesto • 23/8/2016 • Politica & Istituzioni • 968 Viste

Contrordine compagni: anche se perde referendum Renzi resterà al suo posto. La figura è tapina, le accuse si moltiplicano. Dall’M5S a Si, da Fi alla Lega non c’è chi non ironizzi sulla sgangherata fuga del premier che dopo aver scommesso tutto sul plebiscito referendario cambia idea alla luce dei sondaggi. Tutte variazioni su un unico tema: buffone e bugiardo.

Ma è davvero così? Alla lettera nelle parole del premier – «Comunque vada il referendum si voterà nel 2018» – non c’è nessuna marcia indietro. O meglio c’è, ma rispetto a quell’improvvido intervento al Senato immediatamente rintuzzato dal presidente della Repubblica, nell’unico segnale di vita arrivato dal Colle dal giorno dell’elezione di Sergio Mattarella. Renzi aveva alluso, senza peraltro dirlo apertamente, alle scarse possibilità di sopravvivenza della legislatura in caso di vittoria dei No. Persino il solitamente letargico capo dello Stato aveva trovato lo strappo un tantinello esagerato e aveva segnalato che la decisione sulla prosecuzione o meno della legislatura spetta a lui.

La dichiarazione di Renzi, in sé, non sembra aggiungere nulla di nuovo. Se non fosse che all’interpretazione di quelle parole, viste da tutti come un «indietro tutta», non ha fatto seguito alcuna precisazione. Anzi, il capo dei deputati renziani Rosato se ne è uscito ieri con un increscioso capolavoro di reticenza. Dice, sì, che chi pensa che il premier abbia deciso di squagliarsela per paura «non conosce Renzi». Rivendica a nome dell’intero partito il «non aver mai legato la fine della legislatura all’esito del referendum». A domanda precisa però si avvale della facoltà di non rispondere. Ma Renzi, se perde, se ne va o no? «Sono ottimista sia sull’esito del referendum sia sulla vita di questo governo. A noi non interessa alcun piano B. Lavoriamo solo sul piano A». È vero che Angelino Alfano è molto meno prudente: «Renzi fa benissimo a dire che non si dimette. Il governo si giudica alle elezioni politiche». Ma il leader di una scialuppa vicina al naufragio come l’Ncd è troppo direttamente interessato per non tirare acqua al proprio mulino.

In parte quello di Renzi è stato un ballon d’essai. La precisazione sul senso delle sue sibilline parole arriverà, se mai accadrà, quando a palazzo Chigi sarà chiaro come l’opinione del pubblico votante reagisce alla novità. Ma fosse per lui Renzi quel chiarimento preferirebbe evitarlo comunque. Ormai persino a lui, poco incline a riconoscere gli errori, è chiaro di quanto abbia sbagliato cercando di trasformare il referendum sulle riforme in un plebiscito su se stesso. A questo punto l’unica speranza di evitare una sconfitta già scritta sta nel provare a scindere il referendum dal gradimento nei confronti del governo. Ma di qui a dire che Renzi possa davvero evitare le dimissioni se battuto ce ne passa. Per quante giravolte possa fare oggi, probabilmente ha ragione Marcello Pera, l’ex presidente del Senato che dovrebbe guidare i comitati per il Sì di Verdini, quando afferma che «se Renzi perde, il governo cade».

In realtà c’è probabilmente una ragione in più a spiegare il passo indietro del premier. L’allarme suonato a distesa dalla stampa estera a ferragosto non rifletteva solo le opinioni delle varie testate ma anche quelle dei governi dei rispettivi Paesi di provenienza. La richiesta europea di restare comunque a palazzo Chigi è pressante, tanto più che, una volta dimessosi Renzi, la sorte della legislatura sarebbe oggettivamente a rischio, avendo l’M5S dichiarato proprio ieri l’indisponibilità a qualsiasi «governo di scopo». Quindi non è certo un caso che Renzi abbia aperto l’ambiguo spiraglio proprio alla vigilia del summit di Ventotene.

Ma le cose sono andate troppo avanti per poterle fermare, e il referendum è già anche il banco su cui si gioca il vero congresso del Pd. La polemica con l’Anpi, il cui presidente Smuraglia «valuta» l’invito di Renzi a un faccia a faccia avvertendo però che «non basta», è in sé un po’ stucchevole ma sintomatica. L’assemblea per il No convocata da D’Alema il 5 settembre è in compenso eloquente e ancora di più lo sono gli attacchi dello stesso Renzi, che da Ventotene accusa la minoranza del più mortale tra i peccati: opporsi al taglio delle tasse. «Quelli che per anni hanno parlato e aumentato le tasse lasciamoli parlare ancora. Non disturbiamo i loro monologhi», va alla carica il premier. Parla di tasse e intende un referendum nel quale, volente o nolente, ormai si gioca tutto: tanto il partito quanto il governo.

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