Guantanamo, Obama trasferisce quindici detenuti negli Emirati

Il più consistente trasferimento di prigionieri avvenuto durante l’amministrazione Obama: quindici detenuti nella base americana di Guantanamo, a Cuba, sono stati consegnati agli Emirati arabi uniti. Si tratta di quindici detenuti, di cui 12 sono yemeniti e tre afghani. Il Pentagono ha comunicato che ora a Guantanamo restano 61 detenuti. Obama ha più volte ripetuto [&hellip

Simone Pieranni, il manifesto • 17/8/2016 • Copertina, Diritti umani & Discriminazioni, Guerre, Armi & Terrorismi • 446 Viste

Il più consistente trasferimento di prigionieri avvenuto durante l’amministrazione Obama: quindici detenuti nella base americana di Guantanamo, a Cuba, sono stati consegnati agli Emirati arabi uniti. Si tratta di quindici detenuti, di cui 12 sono yemeniti e tre afghani. Il Pentagono ha comunicato che ora a Guantanamo restano 61 detenuti. Obama ha più volte ripetuto di voler chiudere il centro di detenzione nonostante l’opposizione del Congresso. Secondo Naureen Shah, di Amnesty International Usa, questo trasferimento è «un potente segnale del fatto che il presidente Obama è deciso a chiudere Guantanamo prima della fine del suo mandato».

Gli Stati uniti, ha reso noto il Pentagono, esprimono apprezzamento per il «gesto umanitario e la volontà di appoggiare gli attuali sforzi degli Stati uniti per chiudere il centro di detenzione della Baia di Guantanamo» delle autorità degli Emirati. E proprio mentre negli Usa si danno segnali sulla chiusura di Guantanamo in Italia qualcuno ne richiede invece la creazione. Ieri il deputato leghista Paolo Grimoldi ha dichiarato, riguardo la paranoia sicurezza in Italia, che «occorre isolare subito questi detenuti radicalizzati in modo da non fargli fare proseliti: per questi soggetti serve un regime carcerario stile Guantanamo, per cui si ragioni su un penitenziario di massima sicurezza e massimo isolamento» come si fece in altre epoche per i brigatisti. Il consueto tempismi dei leghisti italiani non si smentisce mai, proprio quando da ogni parte del mondo, nonostante l’attenzione ai temi della sicurezza, si discute di come mantenre un dignitoso «stato di diritto».

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