Tortura. Lo scandalo della legge che non c’è

Intervista a Patrizio Gonnella, presidente nazionale di Antigone, a cura di Dina Galano (dal Rapporto sui Diritti Globali 2013)

Dina Galano, Rapporto sui Diritti Globali 2013 • 11/8/2016 • Contenuti in copertina, Le interviste di Diritti Globali • 561 Viste

Intervista a Patrizio Gonnella, presidente nazionale di Antigone, a cura di Dina Galano (dal Rapporto sui Diritti Globali 2013)

Il 2012 è stato l’anno dell’esecutivo tecnico che di carcere, dopo tutto, si è in qualche modo occupato. Secondo Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, «con il governo tecnico è cambiato il linguaggio, meno duro e più educato, e si è anche consolidata una consapevolezza del problema del sovraffollamento carcerario. Nessuno ha mai negato, come ai tempi del ministro leghista Roberto Castelli, che il problema ci fosse o ha sostenuto che le carceri fossero hotel a cinque stelle». Ciononostante, le battaglie pubbliche e l’azione di lobbying sulle istituzioni che Antigone svolge, oggi sono ancora più urgenti. Anche perché, se l’attenzione è mutata, «le politiche decise sono state inefficaci, utili ad arrestare la crescita della popolazione detenuta ma non a invertire la rotta». Una di queste battaglie, ormai annosa, è per l’introduzione del reato di tortura nel codice penale italiano. Un tema caro ad Antigone e a Gonnella, che riprende qui al riguardo alcuni concetti espressi nel suo ultimo libro: La tortura in Italia. Parole, luoghi e pratiche della violenza pubblica (Derive Approdi editore, 2013).

 

Redazione Diritti Globali: Antigone promuove, insieme ad altre organizzazioni, una campagna per l’introduzione di tre leggi che riportino la legalità nei nostri istituti penitenziari. Perché avete scelto lo strumento dell’iniziativa di legge popolare? Quanto è importante che, sul tema carcere, si ottenga un coinvolgimento dei cittadini?

Patrizio Gonnella: La recente sentenza (8 gennaio 2013) della Corte Europea dei Diritti Umani nel caso Torreggiani impone alle autorità italiane l’assunzione di un piano per le riforme in ambito penale e penitenziario nel nome della protezione della dignità umana. L’Italia ha un anno di tempo per ripristinare la legalità internazionale e costituzionale nell’ambito del sistema penitenziario. In questo momento vi sono 22 mila detenuti in più rispetto ai posti letto regolamentari. Abbiamo il tasso di affollamento penitenziario più alto dell’Unione Europea. Il sistema è fuori ogni controllo. I detenuti dormono per terra. Non vi sono più spazi comuni. Oziano spesso nelle loro celle per oltre 20 ore al giorno rendendo evanescente la funzione rieducativa della pena. Il personale vive una condizione di forte sofferenza.

Alcuni dati ci aiutano a capire quale è la strategia della nostra proposta. Circa il 60% dei detenuti è pluri-recidivo. 28.459 detenuti, ovvero poco meno del 50% della popolazione detenuta, ha tra una e quattro carcerazioni precedenti a quella per cui è attualmente in galera. La metà circa di queste carcerazioni è il frutto di condanne definitive. 6.890 detenuti hanno tra 5 e 9 carcerazioni già scontate in passato. 1.394 addirittura tra 10 e 14. Ben 350 detenuti hanno più di 15 carcerazioni sulle spalle. 28.608 detenuti sono quelli invece alla prima carcerazione. La recidiva è il grande tema irrisolto della questione penale in Italia.

Le norme di questa proposta di legge sono il frutto del lavoro condiviso di molte organizzazioni. L’intenzione è quella di ripristinare la legalità internazionale e costituzionale, di contrastare in modo sistemico il sovraffollamento agendo su quelle leggi che producono carcerazione senza produrre sicurezza, di cambiare paradigma in materia di droghe.

Sono tre proposte distinte. La prima vuole sopperire a una lacuna normativa grave. In Italia manca il crimine di tortura, nonostante vi sia un obbligo internazionale in tal senso. Il testo prescelto è quello codificato nella Convenzione delle Nazioni Unite. La proibizione legale della tortura qualifica un sistema politico come democratico. La seconda delle proposte di legge vuole intervenire in materia di diritti dei detenuti e di riduzione dell’affollamento penitenziario. Il 29 giugno 2010 è stato approvato il piano carceri dall’allora governo Berlusconi, che prevedeva la realizzazione di 9.150 posti, per un importo totale di 661 milioni di euro. Oggi i fondi sono calati a 450 milioni ma neanche un mattone è stato posto. Le persone in misura alternativa sono diminuite nonostante tante parole spese a loro difesa. Non è con l’edilizia che si risolve la questione carceraria ma intervenendo sui flussi in ingresso e in uscita, ovvero su quelle leggi che producono carcerazione senza produrre sicurezza pubblica.

Le norme da noi elaborate vogliono rompere l’anomalia italiana ripristinando la legalità nelle carceri come anche il Consiglio Superiore della Magistratura ha chiesto. Esse in primo luogo tendono a rafforzare il concetto di misura cautelare intramuraria come extrema ratio, pur previsto nel nostro ordinamento, con la previsione dell’eccezionalità della detenzione cautelare in carcere per privilegiare altre forme di misure coercitive. La modifica normativa si rende indispensabile per porre fine al ricorso sistematico al carcere nella fase cautelare come una forma di pena anticipata prima del processo. Viene abrogato l’odioso reato di clandestinità. Si interviene drasticamente inoltre sulla legge Cirielli in materia di recidiva, ripristinando la possibilità di accesso ai benefici penitenziari e azzerando tutti gli aumenti di pena. Inoltre, si prevede che nessuno debba entrare in carcere se non c’è posto e che a tutti vada assicurato il diritto a far valere i propri diritti. Si chiede al governo di mettere mano al sistema delle sanzioni diversificandolo, di introdurre il meccanismo della messa alla prova, di intervenire sulle misure di sicurezza custodiali, dall’OPG a scendere.

Infine, la terza proposta vuole modificare la legge sulle droghe che tanta carcerazione inutile produce nel nostro Paese. Viene superato il paradigma punitivo della legge Fini-Giovanardi, depenalizzando i consumi, diversificando il destino dei consumatori di droghe leggere da quello di sostanze pesanti, diminuendo le pene, restituendo centralità ai servizi pubblici per le tossicodipendenze. Abbiamo scelto la via delle tre proposte di legge di iniziativa popolare perché il lavoro da portare avanti è prima di tutto un lavoro culturale e sociale. Oggi le forze politiche sono ingessate. Hanno bisogno di sollecitazioni pubbliche e comunicative. I partiti hanno perso la loro vocazione pedagogica. E allora abbiamo deciso di praticare il terreno del lavoro politico senza mediazioni parlamentari, almeno in questa prima fase.

 

RDG: L’ultima legislatura ha bocciato per l’ennesima volta un testo che, tra molti compromessi, avrebbe sancito l’ingresso del reato di tortura nell’ordinamento italiano. Perché, a suo avviso, gli impegni presi a livello internazionale in materia dei diritti umani poi non trovano attuazione interna? E cosa veramente osta all’introduzione del crimine di tortura?

PG: La pietra dello scandalo in questo caso è una legge che non c’è. Fa sorridere l’idea di scandalizzarsi per un vuoto di legge. Infatti, lo scandalo non sta solo nel fatto che manchi in Italia nel codice penale il crimine di tortura, ma risiede nella circostanza che pochi politici all’interno della classe dirigente italiana si sono scandalizzati negli ultimi decenni per questa colpevole lacuna. Lo scandalo sta nel mancato scandalo. Eppure il nostro Paese ha ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura nel novembre del 1988. Essa all’articolo 2 afferma che: «Ogni Stato parte adotta misure legislative, amministrative, giudiziarie e altre misure efficaci per impedire che atti di tortura siano commessi in qualsiasi territorio sottoposto alla sua giurisdizione». Vi è quindi l’obbligo di conformare i propri codici alle norme internazionali. Tanto più che l’Italia ha firmato nel 1998 e ratificato nel 1999 lo Statuto della Corte penale internazionale che deve giudicare coloro i quali sono accusati di avere commesso il delitto di genocidio, crimini di guerra, di aggressione o crimini contro l’umanità, tra i quali, come detto, vi è appunto la tortura. Non prevederne il reato nella legislazione interna significa rendere difficili le pratiche di estradizione e consegna alla Corte de l’Aja dell’imputato che viene fermato nel territorio italiano in quanto imputato di tortura per fatto commesso all’estero.

La tortura, nonostante tutto ciò, non è delitto in Italia. Eppure abbiamo una proliferazione tale di ipotesi di reato, la maggior parte delle quali extracodice, da renderle obiettivamente non conoscibili dai cittadini residenti nel territorio italiano.

L’indifferenza alle plurime condanne pubbliche provenienti dalle Nazioni Unite rinvigorisce i sentimenti nazionali. Il punto è la identificazione sentimentale dello Stato con ciascuno dei propri uomini impegnati nel settore della sicurezza. Cosa che non avviene con qualunque altro funzionario pubblico, anzi. L’identificazione con lo Stato funziona con minore intensità per gli operatori del settore della giustizia, in quanto pubblici ministeri e giudici non indossano una divisa (simbolo della funzione pubblica), non sono necessariamente armati e sono (o dovrebbero essere) per storia e costituzione indipendenti. L’indipendenza dell’apparato giudiziario mina il processo di immedesimazione tra Stato e operatore pubblico della giustizia. Accade però che quando pubblici ministeri e giudici sono impegnati in processi che hanno quali imputati esponenti delle forze dell’ordine per fatti di violenza nei confronti di persone in stato di custodia legale, a volte riemerge dal fondo il processo di immedesimazione. Poliziotto e Stato si sentono la stessa cosa in quanto il primo assicura la ragion di vita del secondo. Il giudice se ne fa spesso carico, così accade che la entificazione del poliziotto sia fatta propria anche dal magistrato, nel nome della sovranità intangibile e illimitata del potere punitivo. Una entificazione così forte da rendere vana ogni invocazione alla primarietà fondativa della dignità umana o alla doverosità morale o alla obbligatorietà giuridica internazionale e interna delle norme sui diritti umani.

 

RDG: Nel corso del 2012, uno degli argomenti utilizzati per scagionare lo stato dell’arte delle nostre prigioni è stato la mancanza di finanziamento. La spending review ha tagliato su welfare e sugli ultimi e, pur se il Piano carceri è stato riconfermato anche dal governo tecnico, sembra che giustificherà l’accorpamento di altri istituti. Come si potrebbe recuperare la spesa? E come si ripercuote la mancanza di fondi sulla quotidianità dei detenuti?

PG: Effettivamente mancano i soldi anche per comprare la carta igienica. Non era mai accaduto in passato che prima dell’inizio dell’estate fossero finite le risorse persino per i detersivi o per ciò che serve per l’igiene intimo. Le carceri cadono a pezzi. Reparti interi vengono chiusi, come ad esempio a Livorno, e i detenuti vengono ammassati nelle sezioni rimaste aperte. Il Piano carceri mastodontico è oramai ridimensionato a poca cosa. Pare che il 20% dei direttori sarà prepensionato e le carceri più piccole affidate a direttori che dovranno governarne più di una. In alcuni casi si è già proceduto a chiudere carceri piccole perché troppo costose. Così è accaduto ad esempio a Laureana di Borrello in Calabria, dove peraltro vi era un progetto di trattamento a custodia attenuata.

I soldi mancano, ma le Regole Penitenziarie Europee del 2006 affermano in modo categorico che mai la mancanza di risorse può essere usata come giustificazione per violare i diritti umani. Si spendano meglio le risorse, si abbandonino idee faraoniche di costruzione di nuove carceri, si usino i soldi per la manutenzione ordinaria e per la carta igienica.

 

RDG: Antigone negli ultimi anni ha iniziato a costituirsi parte civile in processi che riguardano la malagiustizia o che indagano su casi di violenza a danno di detenuti. Perché questa scelta e che vantaggi derivano dalla vostra diretta partecipazione?

PG: Siamo già alla terza richiesta di costituzione di parte civile. Ci siamo costituiti ad Asti dove il giudice ha mandato gli agenti tutti impuniti nel gennaio del 2012 perché, come lui stesso ha scritto, manca il delitto di tortura nel codice e le norme esistenti non gli hanno consentito di sanzionare fatti acclarati come tortura. Ci siamo costituti anche a Firenze per violenze nel carcere di Sollicciano. E abbiamo chiesto di costituirci a Lucera a seguito di un altro caso di violenze di cui siamo venuti a conoscenza. La nostra diretta partecipazione nel processo dà coraggio alle vittime e rompe il muro del silenzio.

 

RDG: Stranieri, tossicodipendenti, e persone con disagio psichico. L’emarginazione sociale sembra essere ben rappresentata nelle nostre prigioni. Ma negli ultimi tempi stanno aumentando i casi di detenzione connessa a situazioni di disagio economico. Il carcere sta diventando il luogo della povertà? Sta cambiando la sua fisionomia?

PG: Punire i poveri: è stato questo il messaggio delle politiche di sicurezza negli ultimi vent’anni. La composizione sociale delle prigioni italiane è specchio di una selezione classista del nostro sistema penale. I detenuti al primo gennaio 2013 sono 65.701. Circa 15 mila detenuti hanno meno di 30 anni. Una popolazione, quindi, molto giovane. I laureati sono 604, di cui 176 stranieri, ovvero meno dell’1% del totale. Sono finanche in numero inferiore agli analfabeti totali. La rilevazione per gli stranieri è spesso non attendibile in quanto molti di essi hanno percorsi anomali di studio. Meno di un terzo del totale sono i detenuti che dichiarano di avere un lavoro fuori. La percentuale degli stranieri in custodia cautelare sfiora il 50% del totale degli stranieri reclusi, un 10% superiore rispetto al dato corrispondente degli italiani.

Gli stranieri sono in tutto oltre 24 mila, molti dentro a causa della criminalizzazione secondaria imposta dalla legge Bossi-Fini. I detenuti che sono in carcere per avere violato la legge sulle droghe sono il 37% della popolazione detenuta.

In nessuno Stato dell’Unione Europea i numeri sono così alti, neanche nei Paesi tradizionalmente più duri. Cresce la presenza di detenuti con le cosiddette doppie diagnosi e con gravi problemi psichiatrici. Girando per le carceri, come noi facciamo, si incontrano persone che fuori non hanno nessuno, non hanno una casa e non hanno un lavoro. Sarebbe utile ricostruire le loro biografie per spiegare quanto sia ingiusto il nostro modello punitivo.

Articoli correlati

5 per mille

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

« »

Pin It on Pinterest

Share This