«Orbán attacca i diritti dei rifugiati»

«Orbán attacca i diritti dei rifugiati»

Un dossier di Amnesty International dal titolo «Speranze abbandonate: l’attacco dell’Ungheria ai diritti dei rifugiati e dei migranti» accusa il paese di dar luogo a maltrattamenti nei confronti dei migranti a scopo deterrente. Il testo parla di complicate procedure burocratiche e di violenze delle forze dell’ordine per scoraggiare i migranti a richiedere il diritto d’asilo alle autorità di Budapest.

John Dalhuisen, direttore di Amnesty per l’Europa sostiene che l’Ungheria di Orbán «ha sostituito lo Stato di diritto con uno Stato di paura» basato su un sistema che, oltre ai reticolati posti ai confini con la Serbia e la Croazia, comprende tutta una serie di pratiche per tenere i migranti lontani dal paese e far capir loro che l’Ungheria non li vuole.

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Dalhuisen, però, non punta il dito solo contro Budapest ma contro i leader europei che non stati in grado di «contrastare con determinazione le violazioni delle leggi dell’Ue da parte dell’Ungheria». Eppure Orbán e i suoi collaboratori e sostenitori affermano che il loro è l’unico paese dell’Ue ad essersi posto il problema della difesa dei confini di Schengen, l’unico ad aver veramente applicato le norme dell’Ue in questo campo. Le accuse dell’organizzazione al governo ungherese si aggiungono a quelle lanciate di recente da più parti, in modo particolare da Human Rights Watch. È facile prevedere, però, che queste stigmatizzazioni non scoraggeranno Orbán dal portare avanti una politica che è criticata apertamente anche in territorio danubiano dall’opposizione di centro-sinistra e dai gruppi progressisti della società civile.

Intanto si avvicina sempre più la data del 2 ottobre, giorno del referendum sulle «odiate» quote di accoglienza dei migranti. La campagna del governo è alle ultime battute ma sempre insistente e pervasiva: grandi manifesti propagandistici affissi in tutto il paese, messaggi televisivi e comizi che si sono svolti soprattutto nelle zone di provincia. I sondaggi danno il «No» in vantaggio schiacciante rispetto all’opzione contraria: 73% contro appena il 4%, secondo l’ultima rilevazione dell’Istituto Republikon.

La vittoria di Orbán sembrerebbe quindi scontata, ma gli esperti giudicano a rischio il raggiungimento del quorum. Il voto è valido solo se si reca alle urne almeno il 50 per cento degli aventi diritto e, sempre stando a Republikon, il 48% di questi ultimi si dice certo di andare a votare. C’è però da dire che non mancano coloro i quali sostengono che la cifra è superiore al dato reale.

Il governo continua a invitare gli elettori a prendere parte alla consultazione e a votare «No» per non mettere a rischio il futuro del paese, l’opposizione di centro-sinistra è divisa tra boicottaggio, invalidazione del voto e ragioni del «Sì» opzione, quest’ultima, tutt’altro che maggioritaria. Chi è per la diserzione delle urne invita la gente a decidere di stare a casa il 2 ottobre per restare in Europa.

Orbán invece intende portare avanti la sua sfida a un’Unione europea che a suo avviso si è mostrata incapace di affrontare in modo efficace e realistico il problema migranti, e spera che altri stati membri decidano di seguire l’esempio della sua Ungheria e dando luogo ad analoghe consultazioni popolari. Secondo gli ultimi sondaggi la percentuale di chi ha deciso di non andare è votare è salita dal 17% al 21%, ma capita di incontrare persone che non sanno cosa sia meglio fare: temono che se anche non andassero alle urne i promotori del voto saprebbero come ottenere il raggiungimento del quorum. Il riferimento a possibili brogli è chiaro. Il dubbio attanaglia diversi avversari del governo e intanto l’esplosione verificatasi nel centro di Budapest, la notte di sabato scorso, ha fatto crescere la tensione.

Secondo la ricostruzione dei fatti si sarebbe trattato di un attentato di ignoti contro la polizia. Due agenti sarebbero rimasti feriti e verserebbero in condizioni stabili. L’accaduto ha comunque fatto aumentare la paura degli attentati terroristici che secondo il governo sono strettamente connessi al fenomeno dell’immigrazione.

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