A Mosul l’Iraq vedrà deciso il suo futuro

Medio Oriente. Lanciata ieri mattina la controffensiva sulla seconda città del paese: già ripresi 7 villaggi. In campo truppe governative, peshmerga, milizie sciite, soldati turchi, ognuno portatore di interessi contrastanti

Chiara Cruciati, il manifesto • 18/10/2016 • Guerre, Armi & Terrorismi • 738 Viste

«Il momento della grande vittoria è vicino»: ieri il premier iracheno al-Abadi ha annunciato l’attesa controffensiva su Mosul. Dopo due anni e mezzo di occupazione non è solo la città a prepararsi alla battaglia finale: nel capoluogo della provincia di Ninawa, a metà tra Erbil, Baghdad e i confini con Siria e Turchia, è l’Iraq a giocarsi il futuro. Se il nemico acclarato è uno e si chiama Stato Islamico, gli obiettivi politici vanno ben oltre la liberazione dal “califfato”.

Basta guardare il composito fronte anti-Daesh. Lungo la linea orientale c’è l’esercito di Baghdad, a cui a breve si unirà l’élite delle unità anti-terrorismo; ci sono i peshmerga di Erbil e le milizie sciite – creature iraniane – accorse alla diga di Mosul. C’è il contingente italiano dispiegato proprio nell’impianto idrico a protezione dei lavori della Trevi Spa. Ci sono i funzionari Usa a fare – per ora – da consiglieri militari. E ci sono le truppe turche (non invitate) nella base di Bashiqa, a 12 km dalla città-target.

Interessi contrastanti che a Mosul cozzeranno e indicheranno cosa sarà dell’Iraq come Stato-nazione e del Medio Oriente post-Isis.

Non a caso già a poche ore dal lancio delle operazioni i primi screzi ribadivano tensioni stratificate: se la mediazione Usa ha permesso il coordinamento tra Erbil e Baghdad con i peshmerga che hanno accettato di rimanere a distanza dal centro cittadino, si affollano i dubbi sulle zone contese tra governo centrale e Kurdistan iracheno nel corridoio settentrionale. Dal canto loro le milizie sciite (indirettamente l’Iran), che in passato hanno avuto un ruolo essenziale a Tikrit e Ramadi con il loro carico di violenze settarie, si sono già dette contrarie a restare fuori dallo scontro diretto con l’Isis, come prospettato da al-Abadi.

Il premier è stato chiaro: dentro Mosul entrerà solo l’esercito. Un “diktat” necessario ad evitare ulteriori fratture settarie, ma che non piace. Né alle milizie sciite né al loro acerrimo nemico, la Turchia. Ankara ha di nuovo tuonato ieri: non solo parteciperemo all’operazione, ha detto il presidente Erdogan, ma «siederemo al tavolo del dialogo».
Il timore è che chi resterà sarà usato come scudo umano da un Isis alle strette. Una preoccupazione non affatto campata in aria: i residenti raccontano di cecchini che aprono il fuoco su chiunque tenti la fuga, di trincee e mine intorno a tutto il perimetro cittadino e di caserme militari nascoste dentro moschee e abitazioni. E dopo l’esecuzione, venerdì, di 58 miliziani accusati di aver ordito un golpe per consegnare Mosul a Baghdad, ieri altre decine di islamisti sarebbero stati giustiziati per lo stesso motivo.Sul campo, per ora, si avanza: 4mila peshmerga hanno liberato 7 villaggi (l’Isis ha reagito con attentati suicidi) portandosi a 7 km da Mosul mentre 25mila truppe, tra cui miliziani sciiti e tribù sunnite, si ammassavano alla periferia est e nord, da Khazir alla diga. Ad aprire la strada all’offensiva via terra su cinque fronti saranno i jet Usa. E poi sarà guerriglia urbana, strada per strada. Ovvero guerra tra un milione e mezzo di civili: molti di loro sfidano l’autorità occupante contattando l’esterno per dare indicazioni logistiche e mappare il territorio, altri si preparano alla fuga. L’allarme lo hanno dato mesi fa le Nazioni unite: la battaglia provocherà altre centinaia di migliaia di sfollati, dopo le fughe di massa del giugno 2014. Ci sarebbe chi paga mille dollari a miliziani-trafficanti per farsi portare fuori, un percorso ad altissimo rischio tra campi minati e cecchini, pur di evitare il sicuro assedio e la fame che ne seguirà.

L’Isis non cederà se non a caro prezzo anche se molti leader hanno già riparato nella vicina Siria (ieri alcuni media arabi davano lo stesso leader al-Baghdadi sulla via per Raqqa): la città è la “capitale” irachena di Daesh, simbolo delle sue ambizioni statali. La sua caduta scalfirà l’immagine di assoluta potenza che il “califfo” millanta. Ma non ne indebolirà la macchina da guerra: mostrandosi sotto attacco da parte di forze diverse, l’Isis fornirà ai suoi seguaci nuove ragioni per agire, imbottendoli di esplosivo. È successo di nuovo ieri, poco fuori Baghdad: nove morti in un attacco suicida.

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