G7. I grandi verso la web tax, ma a passi lentissimi

G7. I grandi verso la web tax, ma a passi lentissimi

Fondamentale una prima apertura da parte degli Usa. Nel testo anche il nuovo concetto di «crescita inclusiva»: ma ovviamente solo sulla carta

A fatica, molto lentamente e arrivandoci con gradualità, forse un giorno riusciremo a far pagare le tasse ai colossi del web: ieri il G7 di Bari ha se non altro scritto l’impegno nero su bianco nel comunicato finale, rinviando sostanzialmente l’appuntamento con la web tax al prossimo anno. È comunque un buon risultato se si pensa che è arrivata l’apertura degli Usa – difficili da convincere – e che il passaggio con l’Ocse è stato anticipato a marzo (rispetto alla data che si prevedeva originariamente: fine 2018). All’organizzazione con sede a Parigi è stato quindi assegnato il compito di stilare, appunto entro marzo, una serie di proposte per l’introduzione della tassa che riguarderà multinazionali come Google, Airbnb, Amazon.

È LA RISPOSTA «più efficace» al fenomeno, ha spiegato il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. Il vertice dei Sette Grandi si è concluso con un impegno a «valutare gli sviluppi legati alla digitalizzazione dell’economia» e, in base alle conclusioni del lavoro dell’Ocse, «a sviluppare policy options appropriate per affrontare le sfide fiscali collegate».

I tempi per arrivare a tassare i big di Internet saranno lunghi, come ha sottolineato il segretario al Tesoro Usa, Steven Mnuchin, confermando la cautela degli Stati Uniti sulla questione. Ma ormai le multinazionali del web sono entrate nel mirino e al G7, ha spiegato Padoan si è «preso atto che soluzioni condivise sono più efficaci, che quelle nazionali hanno delle controindicazioni e possono avere conseguenze indesiderabili» e che «bisogna fare progressi» sulla tassazione dell’economia digitale.

PADOAN HA RICORDATO che, in particolare con gli over the top (i gruppi con fatturati a molti zeri) vanno stabiliti rapporti «di dialogo continuo, ed è quello che la nostra amministrazione fiscale ha fatto con risultati estremamente importanti in termini di recupero di gettito fiscale». Questi risultati «dimostrano che da parte delle compagnie digitali globali con cui si è avuto a che fare c’è volontà di pagare le tasse. Se questo si possa tradurre in norme specifiche lo stiamo vagliando con estrema attenzione». Di recente, ad esempio, Google è giunta a un accordo con il fisco italiano, accettando di pagare 306 milioni di euro.

In attesa di una convergenza a livello internazionale l’Italia potrebbe fare l’annunciato «primo passo» nazionale, pur nella consapevolezza che una soluzione presa da un singolo Paese può avere, ha sottolineato Padoan, «effetti limitati». Alla Camera, dove si sta esaminando la manovra di correzione dei conti, è già stato depositato un emendamento a firma del presidente della Commissione Bilancio, Francesco Boccia (Pd), che sulla scia dell’accordo siglato dall’Agenzia delle Entrate con Google, prevede una norma «transitoria» per permettere al fisco italiano e ai giganti di Internet di raggiungere accordi preventivi laddove si configuri l’ipotesi di «stabile organizzazione» nel nostro Paese. E lo stesso Padoan ha assicurato che «tutte le proposte saranno benvenute» ed esaminate, e che anche il governo è pronto a fare le sue.

BOCCIA, INTERVISTATO ieri dal manifesto, ha spiegato che se fosse approvato subito, già in sede di «manovrina», il suo emendamento in versione soft (nessun obbligo, ma un invito alle multinazionali a trattare), l’erario potrebbe incassare 1 miliardo annuo. E se invece i colossi del web fossero tassati in maniera strutturale, tra Iva, Ires e altre imposte, si potrebbe arrivare alla cifra di 5 miliardi annui. Da investire magari nell’abbassamento della pressione fiscale per i lavoratori e le fasce più disagiate.

Nel documento finale si è fatto riferimento anche alla cybersicurezza, emergenza resa attuale dai recenti attacchi hacker. Note anche sulla lotta al terrorismo e ai crimini finanziari, alla riduzione delle disuguaglianze dettate dal digital divide. E già nel rapporto Ocse di marzo si presenteranno «i primi elementi che potranno tradursi in misure di policy». Un rapporto specifico fa il punto sui money transfer, «utili» ma da tenere sotto controllo perché possibili veicoli di finanziamento per i terroristi.

GIÀ IL COMUNICATO finale, comunque, può essere considerato un «successo» in sé, visto che da diversi anni non se ne vedeva uno. Ultimo prodotto, il «Manifesto di Bari» per la crescita inclusiva. « La novità – ha spiegato Padoan – è che si propone uno schema in cui mettere a sistema gli strumenti di policy strutturali, fiscali, finanziari, sociali affinché la crescita ci sia ma non lasci indietro nessuno». E se lo dicono al G7…

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