Acqua pubblica. A Roma si lotta per i «nasoni» aperti

Beni Comuni. I «nasoni» di Roma non vanno chiusi. Ieri la protesta in Campidogli

Roberto Ciccarelli • 11/7/2017 • Ambiente, Territorio e Beni comuni • 1065 Viste

Dopo settimane di polemiche l’assessora M5S all’Ambiente Montanari ha detto che le 2800 fontanelle resteranno aperte. Il «nasone» è il simbolo del «dare da bere agli assetati» e del diritto fondamentale all’acqua

ROMA. La siccità incombe, l’afa di luglio assedia Roma, ma i «nasoni» non vanno chiusi. Lo hanno ribadito ieri le associazioni Terra! onlus e 21 luglio in un flash mob al Campidoglio con decine di associazioni. «L’assessora all’Ambiente della Capitale Montanari ha assicurato che i nasoni non saranno chiusi» sostengono Fabio Ciconte (Terra!) e Carlo Stasolla (associazione 21 luglio) – Adesso chiediamo che questa volontà si tramuti in un atto scritto». «La chiusura delle fontanelle pubbliche lascerà 110 persone al giorno senza accesso all’acqua» aggiunge Stasolla. Per Francesco Panié di Terra! onlus la siccità è uno degli effetti del cambiamento climatico e va affrontata con politiche pubbliche strutturali, partendo con una «grande opera» di sostituzione delle «tubature in una rete vecchia». L’attivista indiana Vandana Shiva, che ieri ha incontrato la sindaca Raggi, ha partecipato al flashmob. «Il nasone è importante quanto l’architettura della sua città – ha detto prendendo in mano un nasone di polistirolo ha detto – Tutti hanno diritto all’acqua e quindi alla vita. Bisogna sconfiggere le privatizzazioni e difendere i beni comuni».
LA DECISIONE di Acea Ato2, l’azienda che gestisce l’acqua nella Capitale, di tappare le storiche 2800 fontanelle – installate nel 1874 dal primo sindaco della Capitale per scaricare la pressione dell’acqua sulla rete idrica – ha creato una sollevazione. L’iniziativa è stata giudicata «cinica e inutile». «Cinica» perché la chiusura dei nasoni priverà dell’acqua pubblica almeno 10 mila persone, i più deboli tra i quali senza fissa dimora, rom, migranti fuori dalle strutture di accoglienza nel periodo più caldo dell’anno. Chiudere un nasone significa negare a 4 persone in media il diritto all’acqua pubblica. Senza contare che, in un periodo di afflusso dei turisti, aumenterà il consumo delle bottiglie di plastica, moltiplicando i rifiuti.

«INUTILE» perché lo «spreco» di acqua, motivo che ha spinto l’Acea a rispondere a una sollecitazione giunta il 26 giugno scorso da una riunione dell’Osservatorio sugli usi idrici al quale ha partecipato anche il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti, è irrisorio. «Parliamo di appena 200 litri su un consumo totale di 23 mila litri al secondo – sostiene Paolo Carsetti del Forum dei movimenti per l’acqua – un consumo dell’1% davanti a perdite della rete idrica pari al 40%». La chiusura dei nasoni sarebbe inoltre un danno per i mercati rionali e i chioschi stradali di fiori che sorgono, misteriosi, ai quattro angoli dell’immenso perimetro della metropoli. E non servirebbe ad arrestare il calo del livello del lago di Bracciano, una delle cinque fonti che approvvigionano Roma con 1,1 metri cubi di acqua al secondo. «Non è assetando i senza tetto di Roma che si salva il lago di Bracciano – ha precisato il Comitato Difesa Lago Bracciano – la sindaca Raggi non scarichi sui deboli le responsabilità dell’Acea nell’emergenza idrica».

SIMBOLO del detto evangelico «dare da bere agli assetati» e di un diritto fondamentale dell’essere umano, il nasone è anche un referente del discorso politico. Si racconta che il Pci romano avesse dato consegna ai dirigenti di sezione di iniziare i loro interventi dalla situazione internazionale per finire con i nasoni, a testimonianza dell’impegno per i rioni della città. In due settimane la decisione di chiudere i nasoni ha colpito l’immaginario della città e scatenato una polemica contro i Cinque Stelle al governo della città perché non hanno preso le distanze dalla controllata Acea e trovato una soluzione alternativa a una decisione incongrua rispetto alla gravità del problema. Un’indecisione che lascia presagire il peggio quando «il comune venderà le proprie quote (3,5%) di Acea Ato 2 e controllerà l’azienda solo indirettamente per tramite della casa madre Acea» precisa il Comitato romano dell’acqua pubblica.

L’INTENZIONE di Acea, comunicata alla sindaca Raggi il 29 giugno scorso, è quella di chiudere «in maniera temporanea e graduale»«una parte» delle fontanelle, al ritmo di 30 al giorno, finché la crisi idrica non sarà passata. ReTer, un network territoriale di cartografia critica e collaborativa, ha elaborato una mappa interattiva che attesta la chiusura di 85 fontanelle in zone periferiche: dal Torrino a Castel Fusano, dalla spiaggia di Ostia a Fiumicino. L’invito a considerare la possibilità di investire poche migliaia di euro per installare i rubinetti alle fontane non è stato considerato.

***La mappa dei nasoni elaborata da ReTer

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FONTE: Roberto Ciccarelli, IL MANIFESTO

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