Dati Istat. Tanti “più” ma il maggiore è dei contratti a termine

Dati Istat. Tanti “più” ma il maggiore è dei contratti a termine

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Non bastasse la gran cassa mensile, adesso arriva anche quella trimestrale. A dieci giorni dai dati Istat sul mese di luglio – con il numero degli occupati che è tornato sopra i 23 milioni – ieri mattina l’istituto di statistica ha fornito il suo bollettino sul «Mercato del lavoro» riferito al secondo trimestre – aprile, maggio, giugno – dell’anno. Numeri in gran parte positivi che hanno dato il via alla solita propaganda. Se Paolo Gentiloni è come al solito misurato nell’entusiasmo – «buoni risultati da Jobs act e ripresa, ancora molto da fare sul lavoro, ma la tendenza è incoraggiante» – i renziani lo sono molto meno e parlano di «trionfo» e «miracolo».
La realtà è come sempre più complessa e necessita di una lettura completa dei numeri. E basta citare lo stesso comunicato dell’Istat per rappresentare un chiaro-scuro dove l’aumento del precariato e dell’allargamento delle disuguaglianze sono i caratteri principali.
«Nel secondo trimestre del 2017 l’occupazione presenta una nuova crescita congiunturale (cioè rispetto al trimestre precedente, ndr) di più 78 mila, pari allo 0,3 per cento dovuta all’ulteriore aumento dei dipendenti (più 149 mila, pari ad un più 0,9 per cento), in oltre otto casi su dieci a termine (più 123 mila, pari al 4,8 per cento). Continuano invece a calare gli indipendenti (-71 mila, -1,3 per cento). Il tasso di occupazione cresce di 0,2 punti rispetto al trimestre precedente».
«Tra il secondo trimestre del 2017 e lo stesso periodo dell’anno precedente si stima una crescita di 153 mila occupati (più 0,7 per cento) che riguarda soltanto i dipendenti (più 356 mila, pari al 2,1 per cento), oltre tre quarti dei quali a termine»,
Il fallimento del Jobs act – specie dopo la riduzione degli incentivi alle imprese – è certificato in questa frase: «Nel complesso continuano a diminuire le transizioni da dipendente a termine a dipendente a tempo indeterminato: dal 24,3 al 16,5 per cento», un meno 7,8 per cento che è la variazione più sensibile fra tutti i tanti dati elencati.
Come sottolinea efficacemente Francesco Saraceno sul «Il Mulino», la storica rivista bolognese, «il numero di ore lavorate per dipendente (nelle imprese con più di 10 lavoratori) è diminuito, circa del 6 per cento, tra il primo trimestre 2008 e il primo trimestre 2017. La quota di part-time (nelle imprese più grandi) è aumentata dal 14 al 20,8 per cento, mentre «nel periodo tra luglio 2016 e luglio 2017, dei 378 mila nuovi lavoratori dipendenti 286 mila sono a termine e solo 92 mila a tempo indeterminato». E ancora: «L’occupazione cresce, quindi. Ma con essa le diseguaglianze salariali e la trasformazione della nostra economia in favore di servizi a bassa produttività e non suscettibili di trainare la crescita del Paese nel medio periodo».

FONTE: Massimo Franchi, IL MANIFESTO



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