Crisi catalana. L’epilogo può essere tragico

Non bisogna smettere di invocare il dialogo per costruire in Spagna una nuova forma statuale senza incamminarsi né sui sentieri della repressione né su quelli delle soluzioni unilaterali

Aldo Garzia • 20/10/2017 • Copertina, Internazionale • 194 Viste

Da domani, sabato, la crisi catalana potrebbe subire – salvo imprevisti dell’ultima ora – una drammatica accelerazione. Un Consiglio dei ministri convocato ad hoc deciderà di far entrare in vigore l’articolo 115 della Costituzione, quello che restituisce allo Stato centrale tutti i poteri che erano delegati al governo regionale: da quelli politici a quelli amministrativi.

Con l’entrata in vigore di quel dispositivo eccezionale, tutto può diventare possibile: mandati di arresto per i dirigenti catalani, blocco economico della spesa pubblica, invio dell’esercito a presidio dei luoghi istituzionali.

Barcellona minaccia in risposta di dichiarare nelle prossime ore la propria indipendenza. Sulla posizione del governo si sono allineati Ciudadanos e Psoe (i socialisti sostenevano l’esecutivo con l’astensione), forse preludio di un rimpasto di maggioranza.

Una gestione più politica e non puramente repressiva del conflitto catalano da parte del governo di Madrid sarebbe stata molto più efficace nell’isolare le spinte indipendentiste più radicali che si sentono ora autorizzate ad alzare la posta. Al contempo un maggiore senso di responsabilità istituzionale da parte di Barcellona avrebbe evitato di portare la situazione al limite di rottura, sul cui crinale è stata durissima la reazione di Rajoy: «O ci spiegate se avete dichiarato l’indipendenza e cosa vuol dire trattare o scatterà in vigore l’articolo 115 della Costituzione».

Carles Puigdemont, presidente del governo autonomo di Catalogna, nella sua replica si era mantenuto sul vago chiedendo due mesi di trattativa e un incontro in tempi brevi con Rajoy. Né conferma della dichiarazione unilaterale di indipendenza, né passo indietro dunque.

L’esecutivo di Madrid cerca ora di affondare sulla contraddizione più evidente del governo di Barcellona: il paradossale patto per l’indipendenza tra estrema sinistra (Esquerra republicana, Cup) e moderati che guardano a destra (Partito democratico europeo catalano, erede dei nazionalisti di centrodestra di Convergenza democratica).

Quest’ultimi tentennano nel dichiarare l’indipendenza unilaterale in mancanza di riconoscimenti internazionali da parte dell’Unione europea – rimasta prudente, pur appoggiando Madrid – e di soluzioni economiche in grado di affrontare una eventuale transizione dettata dall’avvio dell’indipendenza. Bruxelles teme l’effetto contagio (Scozia, Irlanda, Paesi baschi, eccetera), mentre Rajoy incalza sulla contraddizione del patto che governa la Catalogna per indire elezioni anticipate dall’esito molto incerto.

Agli inizi negli anni Novanta il quadro era del tutto differente. Le spinte indipendentiste erano andate via via spegnendosi grazie alla concessione di spazi di autonomia che andavano dal riconoscimento del catalano e del basco come lingue parlanti al loro insegnamento nelle scuole oltre alla concessione di Statuti speciali alle due regioni. Il ritorno della destra al governo con Josè Maria Aznar (1996-2004) rispolverava la vecchia ostilità all’autonomismo risvegliando di conseguenza le spinte indipendentiste.

Quando i socialisti di José Luis Rodríguez Zapatero tornarono al governo (2004), approvarono una legge nel 2006 che ampliava l’autonomia della Catalogna. Questa legge, approvata dal parlamento spagnolo e da quello di Barcellona a larga maggioranza, fu ratificata pure da un referendum popolare nel 2006 a dimostrazione della sua ampia legittimazione democratica. Contro le nuove norme, la destra fece però ricorso presso la Corte costituzionale. Quest’ultima accolse in parte il ricorso, cassando stralci dello Statuto catalano e scatenando così la ripresa delle spinte indipendentiste alimentate dalla concomitante crisi economica.

Questa cronistoria avrebbe dovuto spingere il governo Rajoy a una maggiore saggezza. Allo stesso modo Barcellona avrebbe dovuto mostrare maggiore realismo, considerando che nelle elezioni del 2014 i partiti indipendentisti hanno raccolto solo il 45% dei voti.

A questo punto l’epilogo della vicenda catalana può essere tragico. Del resto, non si poteva pensare che per dichiarare la propria indipendenza da uno Stato democratico europeo fosse possibile fabbricarsi una legge ad hoc che permetteva un referendum e accentuare le proprie posizioni fino al punto di rottura. E che dall’altra parte si potesse rispondere solo con la polizia e la repressione per ridurre l’impatto del referendum dello scorso 1 ottobre.

Equiparare tuttavia «indipendenza» a forma repubblicana di un nuovo Stato progressista o parlare di semplice «rivoluzione catalana» resta assai frettoloso. La prudenza e l’allarme di Podemos fanno riflettere. Attenzione agli abbagli. Non bisogna smettere di invocare la politica e il dialogo per costruire in Spagna una nuova forma statuale senza incamminarsi né sui sentieri della repressione né su quelli delle soluzioni unilaterali.

FONTE: Aldo Garzia, IL MANIFESTO

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