Women’s march, quasi 700 cortei in tutto il mondo

A un anno esatto, la Women’s March che il 21 gennaio 2017 aveva invaso le strade degli Stati Uniti, è tornata a far parlare di sé, dall’Alaska al Giappone

Alessandra Pigliaru • 21/1/2018 • Diritti umani & Discriminazioni • 458 Viste

A un anno esatto, la Women’s March che il 21 gennaio 2017 aveva invaso le strade degli Stati Uniti, è tornata a far parlare di sé, dall’Alaska al Giappone. Chiamata in molti modi, «onda rosa» – per il colore acceso dei cappellini scelti dalle manifestanti – le parole che hanno contraddistinto ieri i quasi 700 cortei in tutto il pianeta sono state diverse.
L’uragano anti-Trump che ha prodotto la prima marcia, quest’anno si appaia al movimento #metoo che negli ultimi mesi è stato al centro, sia all’estero che in Italia, di numerose discussioni politiche.

AL SUONO di #RomeRises, l’appuntamento di ieri a Roma in Piazza dei Santi Apostoli, ha stabilito che «questo è il momento!», come si legge nel breve documento lanciato per annunciare l’iniziativa.
In migliaia sono dunque scese in piazza, non per marciare bensì per raccontarsi e scambiarsi esperienze, con alcuni interventi piuttosto attesi: l’attrice e regista Asia Argento, Lella Palladino (presidente di D.i.Re Donne in Rete contro la violenza), Dinsio Walo-Wright (attivista del Joel Nafuma Refugee Center), Loretta Bondi (Consiglio direttivo della Casa Internazionale delle Donne, in rappresentanza di Be Free). Da una tale rappresentazione non può sfuggire la fitta trama di temi che si sono intrecciati ieri e che, sì, determinano il sostegno alle «sorelle» americane ma sanno parlare a un presente del mondo fatto di contesti diversi eppure assai prossimi.
Altrettanto può essere segnalato per la convergenza con il movimento #metoo che non è solo un affare che ha riguardato gli Stati Uniti ma che si pone come cartina di tornasole anche nella discussione pubblica italiana – nel bene e purtroppo a volte anche nel male.
Se Asia Argento ha sottolineato ieri quanto le sue colleghe italiane non l’abbiano seguita, la dirompenza di quanto accaduto non è solo nell’aver trovato il coraggio di uscire allo scoperto ma di aver ribadito ancora una volta quanto insorgente e travolgente possa essere la comparsa della parola esperienziale di una donna. Che racconta, a partire da se stessa.

NESSUNA LEZIONE di castrazione seduttiva o puritana dunque, peccato per il malinteso imbarazzante anche solo da ricordare alle amiche francesi, ma la salda e tenace convinzione che è proprio nel tessuto di quei racconti che emerge il senso degli incontri e delle intenzioni comuni nelle lotte. A qualsiasi latitudine. Ieri era la Women’s March (Oggi marciamo, poi votiamo” #PowerToThePolls) che intendeva radunare «persone di ogni età, colore, religione, gender e orientamento sessuale per celebrare l’eguaglianza, la diversità e il progresso», ma a ben guardare è la stessa spinta che martedì 23 – sempre a Roma – porterà un’altra parte consistente del movimento – Non Una Di Meno – a manifestare contro lo sfratto dei luoghi femministi nella capitale (Casa internazionale delle donne e Lucha y Siesta).  Se non si capisce dunque la complessità di un fenomeno così capillare che va letto inarginabile e che esula dalle singole occasioni, non si può intuire né beneficiare della forza immensa e vitalemessa in scena dalla fantasia, dalla potenza e dalla sapienza femminili al governo della politica.
Pena, scadere nell’ambiguità. Siamo in presenza invece di una sensata e tutta femminista scommessa, da interrogare con serietà ma anche con gioia. Ogni volta che le donne mostrano la strada maestra, a tutte e tutti.

FONTE: Alessandra Pigliaru, IL MANIFESTO

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