Vantaggi fiscali illeciti di Amazon in Lussemburgo per 250 milioni

Capitalismo digitale. La Commissione Ue ha pubblicato la versione finale della decisione antitrust. Il caso continua a tormentare Juncker, per 18 anni alla guida del Granducato

Roberto Ciccarelli • 27/2/2018 • Lavoro, economia & finanza nel mondo • 212 Viste

La Commissione europea ha pubblicato la versione non confidenziale della decisione antitrust secondo la quale il Lussemburgo ha concesso vantaggi fiscali illeciti per circa 250 milioni di euro a Amazon (ne abbiamo parlato su Il Manifesto il 5 ottobre 2017). Il documento sostenuto dalla Commissaria alla Concorrenza Margrethe Vestager, va letto integralmente perché delinea una delle strategie di aggiramento fiscale usate dalle multinazionali del capitalismo digitale in Europa. Inoltre chiarisce il «metodo» della Commissione per calcolare il vantaggio competitivo conferito a Amazon basato sulla differenza fra le imposte pagate e quelle che l’impresa avrebbe dovuto versare senza l’accordo fiscale stretto con il governo del Lussembuirgo nel 2003 e rinnovato nel 2011. Tale vantaggio sarebbe pari a circa 250 milioni di euro più gli interessi. Le autorità fiscali del Lussemburgo sono tenute a determinare l’importo delle imposte non pagate sulla base della metodologia della Commissione.

L’INDAGINE, INIZIATA NEL 2014, ha chiarito il ruolo di due società del gruppo Amazon: la Amazon Eu e la Amazon Holding Technologies, entrambe di diritto lussemburghese, controllata dalla casa madre statunitense Amazon.com, Inc. Amazon Eu è una società di gestione che opera nel commercio al dettaglio in tutta Europa. Nel 2014 occupava oltre 500 dipendenti che selezionavano, acquistavano e vendevano online prodotti. Gli acquisti su un qualsiasi sito web di Amazon in Europa erano acquistati dalla società di gestione in Lussemburgo. Amazon registrava le vendite, e i relativi profitti, in Lussemburgo. Amazon Europe Holding Technologies è una società di accomandita semplice, senza uffici, dipendenti e attività commerciali. Questa società di holding – una «struttura vuota» precisa la Commissione Ue – agisce da intermediaria tra la società di gestione e la Amazon negli Stati Uniti. Detiene alcuni diritti di proprietà intellettuale per l’Europa previsti da un accordo di ripartizione dei costi con la casa madre. Stando all’indagine, l’accordo siglato con il Lussemburgo ha permesso di ridurre gli utili imponibili della società di gestione a un quarto del loro reale volume. Quasi tre quarti degli utili si Amazon sono stati indebitamente attribuiti alla società di accomandita semplice – la Amazon Europe Holding Technologies – che non poteva essere tassata in Lussemburgo. L’accordo fiscale ha permesso a Amazon di eludere le imposte su tre quarti degli utili dalle vendite in Europa. Questo meccanismo è rimasto in vigore fino al 2014. Da allora Amazon ha modificato la struttura societaria in Europa. L’indagine Ue non riguarda quello adottato successivamente.

IN QUESTA STRUTTURA fiscale – definita «progetto Regolo», dal nome dell’uccello nazionale del Lussemburgo – esiste anche una terza sponda: gli Stati Uniti. Su questo aspetto hanno indagato le autorità fiscali statunitensi. A marzo dell’anno scorso un ricorso dell’Internal Revenue Service è stato tuttavia bocciato. Amazon avrebbe dovuto agli Stati Uniti 1,5 miliardi di dollari di imposte non pagate legate alle società lussemburghesi. Una cifra simile risulta, indirettamente, anche dall’indagine della Commissione Ue che ha calcolato i pagamenti annuali effettuati dalla società di gestione – Amazon EU – alla società di accomandita semplice – Amazon Europe Holding Technologies – per i diritti di proprietà intellettuale di Amazon usati solo dalla società di gestione. Secondo la Commissione Ue tali pagamenti avrebbero superato in media il 90% degli utili di esercizio della società ed erano superiori all’importo che la holding di Amazon avrebbe dovuto versare ad Amazon negli Stati Uniti alla luce dell’accordo di ripartizione dei costi stabilito: circa 1,5 volte tanto.

IL CASO CONTINUA a tormentare Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea, che dal 1995 al 2013 ha ricoperto la carica di primo ministro del Lussemburgo ed è stato ministro delle Finanze fino al 2009. Juncker ha preso le distanze da decisioni fiscali controverse di questo tipo, sostenendo che il ministero delle Finanze non era coinvolto in queste faccende. La clamorosa inchiesta giornalistica «LuxLeaks», condotta da 80 giornalisti di 26 Paesi nel 2014 ha dimostrato come il Lussemburgo durante i plurimi mandati di Juncker abbia fatto risparmiare miliardi di tasse sui profitti alle multinazionali, pagando anche meno dell’uno per cento di imposte sui benefici d’impresa nel Granducato.

FONTE: Roberto Ciccarelli, IL MANIFESTO

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