La guida alpina dei migranti Benoît Ducos: «Rischio il carcere ma lo rifarei»

Intervista. Parla il francese Benoit Ducos indagato nel suo paese per aver aiutato una donna nigeriana incinta in transito sulle montagne

Mauro Ravarino • 27/3/2018 • Buone pratiche e Buone notizie, Diritti umani & Discriminazioni, Immigrati & Rifugiati • 264 Viste

È stato un dovere, non una scelta. Benoît Ducos non ha dubbi: rifarebbe quel che ha fatto «perché è normale aiutare chi ha bisogno e sta male». Nonostante ora sia indagato per favoreggiamento all’immigrazione clandestina, reato che può costargli fino a 5 anni di carcere. Nessun ripensamento, doveva salvare quella donna incinta e i suoi familiari persi nella neve alta. E l’ha fatto. Questione di umanità.

Sorriso discreto, coppola invernale in testa, giacca a vento colorata, Benoît è un falegname, guardia alpina volontaria, nonché membro dell’associazione francese «Refuge solidaire» di Briançon, a due passi dal confine italo-francese. Domenica era a Clavière, alta Val di Susa, avamposto italiano della nuova rotta alpina che i migranti percorrono, tra i sentieri innevati, per arrivare in Francia sperando di evitare i controlli della gendarmeria. E, vicino alla chiesa, dove gli attivisti di Briser les frontières hanno occupato alcuni locali per offrire un luogo di assistenza ai profughi, Ducos ci ha raccontato la sua vicenda.

Dove si trovava la sera del 10 marzo quando, insieme ad altri compagni, ha incrociato la famiglia di migranti con la giovane donna che stava per partorire?
Facevo un giro ordinario, come sempre da inizio inverno, intorno al passo del Monginevro, dove si incrociano le nuove rotte dei migranti. Erano le nove di sera e, tra neve e strade isolate, abbiamo visto un gruppo di sei persone. Ci siamo avvicinati per capire se avevano bisogno d’aiuto. Era una famiglia nigeriana in compagnia di altre due persone; si erano incontrati a Oulx e da Clavière si erano avventurati sui sentieri a 1.800 metri d’altezza. La donna non stava bene ed era sorretta dai due migranti mentre il papà accompagnava i figli di due e quattro anni. Avevano perso l’orientamento, erano stremati. Abbiamo subito dato loro da bere, da mangiare e da vestire. La donna aveva le contrazioni, era all’ottavo mese e mezzo di gravidanza, e io, che ho qualche nozione di primo soccorso perché sono soccorritore in montagna, ho deciso che bisognava scendere urgentemente all’ospedale di Briançon e non perdere ulteriore tempo. Così li ho fatti salire sulla mia macchina e ci siamo diretti verso l’ospedale.

E a quel punto siete stati fermati dalla polizia?
Siamo stati fermati ad un posto di blocco alle porte di Briançon. Una decina di doganieri mi ha fatto scendere dalla macchina e ha iniziato a rivolgermi diverse domande, «perché portate questa gente?», «da dove vengono?», «lo sa che sono irregolari?». Ho spiegato che era un’emergenza e che la signora aveva forti dolori addominali e stava per partorire. Mi hanno risposto che non avevo le competenze per stabilirlo. Abbiamo perso parecchio tempo. La famiglia è stata poi divisa, la madre è stata portata in ospedale, dopo un’ora ha dato alla luce un bimbo di nome Daniel, noi tutti siamo stati trasportati in una stazione di polizia. I bimbi piangevano, erano scossi, non capivano cosa stesse succedendo. Fino a mezzanotte sono rimasto in stato di fermo. Con la polizia ho insistito sull’aspetto umanitario del mio gesto, ma mi ha contestato il trasporto di persone irregolari, il traffico di essere umani e il contatto con i passeur. Il papà e i due figli ora sono stati sistemati a Gap, poco distante da Briançon.

Ha un avviso di garanzia, rischia fino a 5 anni di carcere e una multa di 30 mila euro. Ha qualcosa di cui pentirsi?
Se mi ritrovassi in una situazione simile, mi comporterei nello stesso modo. Credo che non si possa restare indifferenti davanti a chi vive un disagio o è in difficoltà. Ho ricevuto attestati di solidarietà da tante persone e da diverse associazioni umanitarie. È stato un dovere, non una scelta. Lo stesso dovrebbe fare la Francia che è stata colonizzatrice dei molti Paesi da cui i migranti scappano, non senza responsabilità.

A Clavière la piccola chiesa del paese ha chiuso le porte, cosa ne pensa?
A Briançon, invece, la chiesa è vicina ai migranti. Qui, a Clavière dove si concentrano molti profughi per oltrepassare la frontiera, non è accogliente. Ma sono certo che, dopo l’intervento del sindaco e del vescovo di Torino, Nosiglia, che ha ribadito la necessità di soccorrere e di accogliere, il parroco cambierà il suo atteggiamento.

FONTE: Mauro Ravarino, IL MANIFESTO

Articoli correlati

5 per mille

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

« »

Pin It on Pinterest

Share This