Daspo urbano a Genova contro chi rovista nei cassonetti, ma il prete si ribella

Genova. “Cercano solo aiuto, non punite la disperazione” Don Giacomo aveva già vinto la battaglia con il quartiere che voleva cacciare i profughi

Franco Monteverde • 14/3/2018 • Povertà & Esclusione sociale, Welfare & Politiche sociali • 948 Viste

Genova. Dice: « Non è un ladro chi porge umilmente il cappello per raggranellare qualche soldo e cercare di sopravvivere. Allo stesso modo non è un imbrattatore di strade chi cerca un paio di pantaloni o un maglione, per non dire di chi è alla ricerca di qualcosa da mangiare e spera di trovare il cibo che abbiamo buttato via, rovistando nel cassonetto dei rifiuti. È solo una persona che ha bisogno di aiuto. E che andrebbe appunto aiutato, non trattato da criminale».

Don Giacomo Martino ha le idee chiare: la personalissima interpretazione del Daspo urbano portata avanti dal sindaco di Genova Marco Bucci e dall’assessore alla Sicurezza di Palazzo Tursi, il leghista Stefano Garassino, che prevede una multa e l’allontanamento dalla città per 48 ore nei confronti di chi rovista nei cassonetti, sporcando la strada, è inaccettabile. Il prete che ha combattuto e vinto la battaglia in difesa dei profughi ospitati nell’ex asilo di Multedo, un pugno di ragazzi accusati dai residenti di essere potenziali terroristi capaci di distruggere il Ponente genovese pilotando un drone dal tetto dell’asilo e sganciando bombe « fatte in casa con l’ausilio di Internet» sui depositi del vicino Porto Petroli, non vuole combattere una nuova battaglia sfoderando toni accesi e una timbrica da pulpito, espedienti che non gli appartengono, per sferzare chi, ancora una volta, si propone di umiliare e reprimere gli ultimi per dare conforto e sicurezza ai cittadini “ perbene”. Semplicemente, teme che nei cassonetti di Genova finisca il buon senso, con tutto ciò che ne può conseguire quando ai valori della civiltà si pensa di poter sostituire, tout court, quelli del “ decoro urbano”, più rassicuranti e certo meno impegnativi. E i suoi toni pacati danno ancora più forza alla sua denuncia: « La campagna elettorale è finita — incalza don Giacomo — ma la tentazione di continuare a parlare alla pancia della gente per coltivarne il consenso facendo leva sulle sue paure evidentemente è troppo forte. Io stesso ho provato disagio la prima volta che ho visto qualcuno rovistare nei cassonetti dei rifiuti, a New York, trent’anni fa. E lo stesso disagio provo oggi quando mi trovo davanti alla stessa scena nei carruggi di Genova. Ma mi sono sempre chiesto quanto più grande debba essere il disagio e il malessere di chi è costretto a mettere le mani nei rifiuti altrui per cercare di tirare avanti. Temo che chi governa questa città non sia neppure sfiorato da una riflessione del genere. Ma non mi rendo conto di come si possa pensare di risolvere il problema della povertà e della disperazione con una multa. Davvero qualcuno pensa che chi è in queste condizioni possa pagare una sanzione di duecento euro? Chi ha fame continuerà a frugare nei cassonetti in cerca di qualcosa da mangiare. La differenza è che, con questo Daspo, da disperato diventerà anche delinquente. E quindi incuterà ancora più paura. Bisogna seguire le leggi, ma solo se sono giuste. E credo che un cristiano debba fare obiezione di coscienza contro le leggi ingiuste. Del resto, il Signore ha guarito il paralitico di sabato, andando contro la Legge. Mi auguro che queste considerazioni possano smuovere la coscienza di chi ha il potere di cambiare le cose e magari cercare soluzioni alternative. Per esempio organizzando piccole mense di quartiere per dare un pasto ai bisognosi. Alcune parrocchie lo fanno. Non è una missione impossibile».

Fonte: Franco Monteverde, LA REPUBBLICA

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