L’Egitto di al-Sisi fa sparire oppositori e attivisti

Egitto. La custodia cautelare a tempo indeterminato è ormai la norma, una forma di tortura denunciata dalle associazioni locali. Dal 2013 oltre 10.400 i detenuti per proteste

Pino Dragoni • 15/5/2018 • Diritti umani & Discriminazioni, Internazionale • 339 Viste

Venerdì 22 arrestati, manifestavano per il rincaro del 350% del costo della metro. Per i lavoratori un quarto del salario

Sono almeno 22 le persone fermate dalla polizia nella giornata di venerdì al Cairo per le proteste contro l’aumento improvviso del costo dei biglietti della metropolitana. Alcuni disordini sono scoppiati spontaneamente in diverse stazioni metro della capitale egiziana in seguito all’annuncio di un incremento del 350% del prezzo dei biglietti.

Molti pendolari hanno iniziato a scavalcare i tornelli e a urlare slogan contro i rincari, in alcuni casi bloccando i binari e scatenando la reazione della polizia.

Il regime, recitando il solito copione, accusa i Fratelli Musulmani di aver istigato le proteste, in realtà segnale di un diffuso malessere sociale. Il governo dichiara che gli aumenti serviranno a migliorare il servizio e compensare le perdite della società dei trasporti.

Ma è evidente il nesso tra questa decisione e le misure di austerità che dal 2016 il regime sta portando avanti per poter accedere ai prestiti del Fondo Monetario Internazionale, che hanno già causato un’inflazione oltre il 30% e una gravissima perdita di potere d’acquisto per classi lavoratrici e il ceto medio. Gli aumenti arrivano proprio a pochi giorni dall’inizio del mese di Ramadan, un periodo dell’anno in cui le famiglie hanno più spese da sostenere.

Secondo un’attivista locale, che ha commentato la notizia sul suo profilo Facebook, il regime ha già in programma altri tagli sostanziosi ai sussidi sui carburanti, che entreranno in vigore subito dopo la fine del mese sacro per i musulmani. Il movimento dei Socialisti Rivoluzionari denuncia che con le nuove tariffe il costo mensile per i pendolari sarà l’equivalente di un quarto del salario minimo, un’assurdità per un paese in cui il 30% della popolazione vive ormai al di sotto della soglia di povertà.

Intanto, secondo l’Egyptian Center for Economic and Social Rights, attualmente 10 persone (sette uomini e tre donne) sarebbero ancora detenute per le proteste di venerdì. Rischiano condanne fino ai 5 anni con le accuse di assembramento, manifestazione e interruzione di pubblico servizio.

La legge che proibisce le proteste, emanata nel novembre 2013, in tre anni ha portato in carcere circa 10.400 persone. Lo rivela una dettagliatissima inchiesta pubblicata in questi giorni sul portale indipendente Mada Masr, «Prigionieri per sempre», che si concentra sull’uso della custodia cautelare come misura punitiva per gli oppositori politici. La detenzione preventiva per gli imputati in attesa di processo è infatti diventata negli ultimi anni una prassi consolidata, che colpisce soprattutto gli islamisti, ma anche attivisti laici e di sinistra, giornalisti e ricercatori.

In mancanza di dati ufficiali, l’inchiesta getta luce su un fenomeno che solo recentemente ha iniziato ad emergere nella sua ampiezza. Da misura preventiva la custodia cautelare è diventata un modo per prolungare a oltranza la detenzione dei prigionieri politici, senza alcuna possibilità di appello contro i continui rinnovi del provvedimento.

Il caso tristemente più noto è quello di Shawkan, il giovane fotoreporter in carcere da cinque anni la cui udienza è stata rimandata più di 60 volte. In migliaia di casi nel periodo monitorato la detenzione supera gli stessi limiti stabiliti per legge. Più il processo è politico, più le decisioni finiscono per essere arbitrarie e a discrezione del giudice, è il commento degli autori.

E dietro le sbarre la vita per i prigionieri politici è un inferno. È di una settimana fa la denuncia del centro Nadeem per le vittime di tortura per le condizioni del leader islamista moderato Abdel Moneim Aboul Futuh. Arrestato a febbraio durante la campagna per le presidenziali, il 67enne a capo del partito Egitto Forte, detenuto nel famigerato carcere di Tora, ha avuto quattro attacchi cardiaci in meno di tre mesi.

Nonostante le gravi condizioni di salute, i giudici rifiutano il trasferimento in ospedale e l’anziano oppositore continua a essere mantenuto in isolamento in «condizioni disumane». La negligenza medica intenzionale «equivale ad una lenta condanna a morte», una «tortura indiretta» secondo Nadeem, che ha censito 59 casi simili nei primi tre mesi del 2018.

FONTE: Pino Dragoni, IL MANIFESTO

photo: By Still image from Egyptian TV broadcast in 2013-07-24 – http://static.euronews.com/articles/233232/1200x630_233232_egypt-army-general-s-call-for-mas.jpg?1374686772, CC0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=50548513

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