I costi di smaltimento del nucleare nascosti in bolletta

Che fine hanno fatto le quattro centrali nucleari chiuse dopo il referendum del 1987? E i rifiuti radioattivi? È tutto ancora lì, affidato alla Sogin

Stefano Agnoli e Milena Gabanelli • 23/5/2018 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Diritti umani & Discriminazioni • 579 Viste

Che fine hanno fatto le quattro centrali nucleari chiuse dopo il referendum del 1987? E i rifiuti radioattivi? È tutto ancora lì, affidato alla Sogin, azienda dello Stato nata nel 1999 per smantellare Caorso, Trino, Latina e Garigliano. Mentre i costi (lievitati) sono coperti dalla bolletta elettrica pagata dai consumatori.

Che fine hanno fatto le quattro centrali nucleari italiane chiuse dopo il referendum del 1987? Dove sono i rifiuti radioattivi che hanno prodotto? Sono ancora lì, affidati alla Sogin-Società gestione impianti nucleari, l’azienda dello Stato (100% del Tesoro ma supervisione del ministero dello Sviluppo) nata nel 1999 per smantellare le centrali di Caorso, Trino, Latina e Garigliano, e gli impianti ex-Enea. Con una caratteristica non trascurabile: tutti i costi sono coperti dalla bolletta elettrica pagata ogni bimestre dai consumatori.

Cosa non ha fatto Sogin

Nei primi anni 2000 le vengono conferite tutte le centrali, gli impianti e la realizzazione e gestione del Deposito nazionale dove stoccare in sicurezza, e per 300 anni, i rifiuti a bassa e media attività. Viene definita una tabella di marcia: trattamento e stoccaggio dei rifiuti radioattivi entro il 2014 e smantellamento di centrali e impianti entro il 2020. E il costo: 4,5 miliardi. Nel 2013 si slitta in avanti, fino al 2025, e la previsione di spesa sale a 6,48 miliardi di euro. Passano altri quattro anni, si insedia un nuovo cda (quello attuale) e a novembre 2017 viene partorito un ennesimo piano industriale, che fissa al 2036 (11 anni di ritardo sul precedente!) la fine dei lavori (in gergo «prato marrone»), mentre i costi lievitano a 7,25 miliardi. Stavolta lo slittamento è accompagnato da un impegno solenne: «Entro il 2019 si smonterà il primo bullone del contenitore di acciaio del reattore nucleare della centrale di Garigliano». Insomma, a 32 anni dal referendum si promette di partire finalmente con la parte impegnativa del decommissioning. Mentre attendiamo, vediamo quanto ci è costata finora questa società.

Quanto abbiamo pagato

Dal 2001 ad oggi 3,7 miliardi di euro sono stati pagati dagli utenti dentro la bolletta elettrica, però solo 700 milioni sono stati utilizzati per lo smantellamento. Il resto è stato speso per i costi di gestione (1,8 miliardi per mantenere in sicurezza i siti, far funzionare la struttura e pagare il personale) e per il trattamento in Francia e nel Regno Unito del combustibile radioattivo (1,2 miliardi). Considerando che resta da eseguire più del 70% delle attività, e che negli ultimi due anni l’avanzamento dei lavori è stato del 2% l’anno, se non ci sarà un’improvvisa accelerata, è facile prevedere che il «prato marrone» non lo vedremo prima del 2050. E ogni anno in più porterà con sé un inevitabile incremento dei costi. Le spese di gestione (che si aggiungono al costo dei lavori) sono oggi di 130 milioni l’anno. Solo dal 2010 al 2015, per fare un esempio, il personale è passato da 650 a 1.030 unità e oggi si è stabilizzato intorno a mille. Il trend dei costi totali potrebbe così addirittura superare quota 10 miliardi, tutti pagati dalle bollette della luce.

Chi doveva vigilare

L’Autorità per l’energia ha sempre rimborsato senza battere ciglio, nonostante siano previste penalità nel caso di mancato raggiungimento degli obiettivi. Anche il ministero dello Sviluppo economico, che deve vigilare, finora non è parso particolarmente attivo. Risulta, peraltro, che a seguire le vicende Sogin dentro al ministero sia da un decennio lo stesso direttore generale, e che nella divisione V della stessa direzione uno dei tre funzionari che se ne occupa sia un dipendente della società stessa, lì distaccato.

Quali sono i rischi

Intanto a Trisaia, in Basilicata, la magistratura ha posto sotto sequestro alcuni impianti di trattamento acque. Da almeno 3 anni venivano riversati in mare dei solventi utilizzati negli anni 60 e 70 per il combustibile della centrale nucleare di Latina, mentre nei contenitori, vecchi di 50 anni, custoditi nei capannoni, ci sono nitrati di uranio-235, nitrati di torio e altri prodotti da fissione nucleare. Sempre nell’impianto Itrec di Trisaia ci sono 64 barre di combustibile torio-uranio, che si sommano ad altri 4 metri cubi di rifiuti liquidi acidi ad alta attività contenenti uranio arricchito. I lavori in questo impianto dovevano essere conclusi nel 2023. Sogin ha spostato la scadenza al 2036. Quei contenitori reggeranno per altri 18 anni? Ma il sito che presenta in assoluto i rischi maggiori è quello di Saluggia, a Vercelli. Nell’impianto Eurex, che si trova in riva alla Dora Baltea, e sopra la falda dell’acquedotto del Monferrato, giacciono circa 230 metri cubi di rifiuti liquidi ad alta attività, anche qui dentro a bidoni di cinquant’anni fa.

Dopo l’alluvione del 2000 — che per la terza volta allagò l’impianto — l’allora commissario Enea e premio Nobel Carlo Rubbia, dichiarò che si era «sfiorata una catastrofe planetaria». Anche per Saluggia nessuna fretta: possiamo soltanto sperare che nel frattempo non ci siano altre alluvioni.

Dove mettiamo i rifiuti?

Il deposito nazionale in cui far confluire rifiuti e scorie non c’è ancora, ma sappiamo che la spesa totale sarà, trasporto compreso, di 2,5 miliardi. Nelle stanze romane si ricorda la rivolta di Scanzano Jonico del 2003, quando si annunciò dall’oggi al domani che un deposito sarebbe stato costruito lì.

Forse è per questo che la mappa dei luoghi possibili è chiusa da anni nei cassetti dei ministeri dello Sviluppo e dell’Ambiente, mentre ogni giorno si aggiungono ai rifiuti radioattivi delle centrali e impianti quelli prodotti da centri di ricerca e reparti di medicina nucleare degli ospedali. Prima di dire «si fa qui» occorre aver incassato l’ok di Regione, Comune, popolazione locale e un accordo sull’indennizzo.

Ma la politica è così debole che non riesce far capire che un deposito è ben più sicuro rispetto ai rischi a cui tutta la popolazione oggi è esposta. E preferisce fare finta di niente, come se il problema non esistesse più.

FONTE: Stefano Agnoli e Milena Gabanelli, CORRIERE DELLA SERA

 

 

 

 

 

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