La procura di Ragusa accusa la nave Mare Jonio: «Soldi per prendere i migranti»

La procura di Ragusa accusa la nave Mare Jonio: «Soldi per prendere i migranti»

L’accusa della Procura di Ragusa è gravissima: la nave italiana Mare Jonio della ong Mediterranea saving humans avrebbe preso a bordo migranti in cambio di denaro. Tanti soldi. A pagare sarebbe stato l’armatore della petroliera danese Maersk Etienne con lo scopo di «liberarsi» dei naufraghi che aveva soccorso e che teneva a bordo da 38 giorni perdendo centinaia di migliaia di euro perché Malta non concedeva il porto sicuro per l’approdo. Gli inquirenti sostengono di avere le prove documentali che dimostrerebbero lo «scambio».

Quattro le persone indagate per il ruolo che avevano nella nave Jonio rispetto ai fatti contestati dalla Procura: l’ex disobbediente Luca Casarini, l’ex assessore comunale di Venezia Beppe Caccia, Alessandro Metz e il comandante Pietro Marrone. Sono accusati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e violazione delle norme del codice della navigazione. Ieri guardia di finanza, guardia costiera e polizia – coordinati dal procuratore Fabio D’Anna – hanno eseguito perquisizioni e sequestri nei confronti della società armatrice del rimorchiatore e dei quattro indagati: i blitz sono scattati a Trieste, Venezia, Palermo, Mazara del Vallo (Tp), Augusta (Sr), Bologna, Lapedona e Montedinove nelle Marche. Sequestrati smartphone e pc.

Estranea all’inchiesta la ong. Che però non ci sta e reagisce in modo netto: «E’ un vero e proprio ‘teorema giudiziario’, in cui si ipotizza che le attività di soccorso e salvataggio siano preordinate allo scopo di lucro». Per Mediterranea «la macchinazione ipotizzata è talmente surreale da rendere evidente quale sia il primo e vero obbiettivo di questa operazione: creare quella ‘macchina del fango’ che tante volte abbiamo visto in azione nel nostro Paese, dal caso di Mimmo Lucano alle inchieste di questi giorni contro chi pratica la solidarietà ai migranti che attraversano la rotta balcanica, e sparare ad alzo zero contro chi come noi non si rassegna al fatto che da inizio gennaio ad oggi siano già centinaia le donne, gli uomini e i bambini lasciati morire nel Mediterraneo, e si contino già a migliaia i catturati in mare e deportati nei campi di concentramento libici, finanziati con i soldi dell’Unione Europea e dell’Italia».

Al centro dell’inchiesta c’è lo sbarco di 27 migranti, avvenuto il 12 settembre del 2020 nel porto di Pozzallo, dalla Mare Jonio: il giorno prima la nave aveva trasbordato i naufraghi dalla Maersk Etienne. Subito dopo l’attracco scattarono i controlli di routine: gli investigatori analizzarono il diario di bordo della Mare Jonio da cui sarebbero emersi contatti, ritenuti sospetti, tra il rimorchiatore italiano e il cargo danese avvenuti nei giorni precedenti. Per la Procura, da indagini «corroborate da intercettazioni telefoniche, finanziarie e riscontri documentali», è «emerso che il trasbordo dei migranti» sarebbe avvenuto «senza nessun raccordo con le autorità» maltesi e italiane e «apparentemente giustificato da una situazione emergenziale di natura sanitaria, ‘documentata’ da un report medico stilato dal team di soccorritori imbarcatosi illegittimamente sul rimorchiatore».

Il trasbordo, sostiene l’accusa, sarebbe stato «effettuato solo dopo la conclusione di un accordo di natura commerciale tra le società armatrici delle due navi», con «la Mare Jonio che ha percepito un ingente somma quale corrispettivo per il servizio reso». Per il procuratore la vicenda non riguarda la gestione delle ong nei soccorsi in mare, ma «soltanto un episodio in cui sono coinvolte due società commerciali». Secondo Mediterranea con le perquisizioni gli inquirenti hanno cercato prove «perché in realtà l’accusa, nonostante migliaia di ore di intercettazioni telefoniche e ambientali, si fonda solo su congetture che si scioglieranno presto come neve al sole». E ricorda che «fu definito la vergogna d’Europa quel disumano abbandono, il più lungo stand-off che si ricordi per dei naufraghi che in teoria, secondo ciò che impongono le convenzioni internazionali, avrebbero dovuto raggiungere tempestivamente un porto sicuro». «Idra social shipping non ha mai fatto nulla di illegale e lo dimostrerà presto nelle sedi competenti – rilancia la Ong – E Mediterranea non si fermerà a causa di questo attacco, triste e prevedibile, e continuerà ad essere in mare, lì dove i crimini che vengono commessi e sono quelli di strage, tortura, stupri, sevizie».

* Fonte: Alfredo Marsala, il manifesto



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