Privacy violate, Facebook persevera

Un altro scandalo. Accesso ai dati di milioni di utenti girato ai produttori di smartphone senza consenso. Il New York Times accusa

Marina Catucci • 5/6/2018 • Diritti consumatori & utenti, Lavoro, economia & finanza nel mondo, Libertà & Nuovi diritti • 307 Viste

NEW YORK. Un articolo del New York Times rimette Facebook esattamente dove non vorrebbe stare, sul banco degli imputati che non rispettano la privacy dei loro utenti. Secondo il quotidiano newyorchese Facebook avrebbe firmato accordi con almeno 60 case produttrici di smartphone, tablet e altri dispositivi elettronici, tra cui Apple, Amazon, BlackBerry, Samsung, per consentire loro di accedere ai dati personali di milioni di utenti come a quelli dei loro amici, senza aver ricevuto da loro nessun consenso esplicito.

FACEBOOK OVVIAMENTE NEGA; Ime Archibong, la dirigente che si occupa delle partnership dell’azienda di Palo Alto, ha divulgato un comunicato dove afferma che la faccenda è vecchia di 10 anni, e risale a un momento storico precedente agli app store, quando i produttori di hardware dovevano svilupparsi da sé le applicazioni da installare sui propri dispositivi, per permettere agli utenti di accedere ai propri account social. Facebook, a quei tempi, aveva messo a disposizione delle aziende con cui era in partnership un software per poter utilizzare il social network sui vecchi smartphone, così come avevano fatto anche Youtube, Twitter, Google.

SECONDO IL NEW YORK TIMES la maggior parte di queste intese fra Facebook e i suoi partner, basate sulla condivisione dei dati personali degli utenti, è però ancora in vigore, nonostante il social network avesse assicurato di aver interrotto la pratica che era stata concessa con un accordo del 2011 con la Federal Trade Commission e valido fino al 2015.
Facebook ha specificato di aver «limitato l’utilizzo di questi dati» e che «non sono noti casi in cui queste informazioni sono state utilizzate illecitamente». Non si quantifica però la mole dei dati condivisi con i produttori. Quel che è certo è che fornire l’accesso a queste informazioni ha permesso alle aziende di offrire agli utenti i servizi più caratterizzanti di Facebook nei dispositivi, come la possibilità di pubblicare le foto direttamente sui social.

LA NOTIZIA ARRIVA dopo la bufera che si è abbattuta pochi mesi fa su Facebook per via dello scandalo di Cambridge Analytica e l’utilizzo di informazioni degli utenti del social media di Zuckerberg per fini politici Zuckerberg non sembra aver imparato molto da quell’esperienza.

Per il New York Times Facebook dovrebbe bloccare l’accesso di terze parti a dati personali come religione, status sentimentale, preferenze politiche, anche di amici che avevano negato l’accesso ai propri dati, ma a quanto pare i produttori di dispositivi elettronici non sono state considerate «terze parti», e oltre a ciò la ditta di Palo Alto ha di nuovo peccato di scarsa trasparenza nel non comunicare la decisione.

Mentre Facebook deve affrontare il nuovo scandalo, a Google i dipendenti festeggiano il mancato rinnovo di collaborazione con il Pentagono sul progetto Maven, un programma che sfrutta la piattaforma di intelligenza artificiale per analizzare le immagini catturate dai droni del Pentagono.

L’ACCORDO AVEVA CAUSATO dissenso tra manager e dipendenti preoccupati che il loro lavoro potesse essere usato per scopi letali; da settimane c’erano proteste e sono state raccolte piú di 4000 firme in calce a una lettera aperta indirizzata al Ceo Sundar Pichai per chiedere di fermare il progetto, che puntava al riconoscimento automatico di obiettivi potenziali dei droni utilizzati in missioni militari. Per i lavoratori Google non dovrebbe occuparsi di guerra e non è nata per uccidere: We don’t do war.

FONTE: Marina Catucci, IL MANIFESTO

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