Vertice Nato. Picconate americane sull’Europa e sull’Alleanza atlantica

Vertice Nato. Picconate americane sull’Europa e sull’Alleanza atlantica

A Trump l’Europa risponde balbettando che cercherà di onorare l’impegno dell’aumento delle spese, una pretesa evidentemente schizofrenica, visto che il presidente Usa considera l’alleanza inservibile

Il mondo sarà lo stesso dopo questi sei giorni di Donald Trump in Europa? L’inizio del tour ieri a Bruxelles, preceduto da una raffica di «delinquenti» e «scrocconi» rivolta agli alleati storici, fa pensare che si profili un cambiamento epocale; la conclusione della missione, lunedì a Helsinki, con l’incontro a tu per tu con Vladimir Putin, fa presagire che l’impressione iniziale sia fondata. Sì, in effetti, quello che finora è stato l’Occidente potrebbe trovarsi in questi giorni di fronte a una svolta più che profonda.

Una svolta tale da trasformarne in modo radicale la fisionomia acquisita nel corso del Novecento. In realtà, questo processo disgregativo è in corso da tempo, essendo iniziato con il crollo del Muro. Quando Trump, nel corso della campagna presidenziale, definì «obsoleta» l’Alleanza atlantica e quando, da presidente, fece visita al quartier generale della Nato, una grandiosa sede nuova di zecca, e si scandalizzò per il suo costo spropositato, non fece altro che dire a voce alta quel che in effetti era una constatazione di buon senso, non uno slogan pacifista: venendo a mancare il «nemico», l’alleanza militare America-Europa aveva perso la funzione per la quale era stata creata.

Adesso, a Bruxelles, il presidente statunitense sembra smentire se stesso, lanciando agli alleati la sfida del 4%, il doppio della soglia attuale del 2% del proprio Pil da dedicare, ogni membro della Nato, alla spese per la difesa, obiettivo che solo un drappello di alleati riesce a raggiungere.

Non una proposta, dunque, ma una provocazione, resa evidente dagli epiteti e le ingiurie lanciate all’indirizzo della Germania. Una frattura che si amplia se s’osserva l’operazione contemporanea che mette in scena Trump, nello «smontare» la costruzione posta in essere, dopo gli anni di Eltsin, di un nemico che sostituisca la vecchia Urss e che pertanto legittimi il perpetuarsi della Nato: la Russia di Vladimir Putin.

È «un altro segnale profondamente inquietante del fatto che il presidente è più leale al presidente Putin che ai suoi alleati della Nato», commentano in una nota congiunta i due capi democratici al Congresso, Chuck Schumer e Nancy Pelosi.

La nota riflette la lettura prevalente, non solo in America, di quanto avviene oggi in Occidente, un’analisi che attribuisce al leader russo una straordinaria, diabolica capacità di inserirsi astutamente nelle contraddizioni dell’Europa e nella complicata relazione transatlantica.

Ma non c’è forse una lettura più prosaica, forse non altrettanto suggestiva, che alla teoria del «complotto» russo contrapponga l’evidenza di fattori di crisi interna del sistema? Fattori che non erano messi in luce, prima dell’avvento di Trump, e che si tendeva a occultare o a minimizzare, agitando lo spettro del nemico esterno, la Russia, il terrorismo, l’immigrazione?

Dopo aver smantellato in Canada il G7, è dunque ora il turno della Nato. Alla furia di Trump l’Europa risponde balbettando, che sì, cercherà di onorare l’impegno dell’aumento delle spese per la difesa, come imperiosamente pretende il presidente statunitense. Pretesa evidentemente schizofrenica, visto che egli stesso considera l’alleanza inservibile e medita di ritirare il grosso dei contingenti americani di stanza in Germania.

Gli europei giocano di rimessa, mentre l’Italia cerca di fare sponda a Trump, immaginando un suo ruolo non richiesto di ponte tra Usa e Russia, quando Trump ha deciso di parlare direttamente con Putin, senza nessun altro nella stanza. L’Italia di Conte spera così di essere pietosamente esonerata dal rispetto della soglia del due (o addirittura quattro) per cento?

Nel frattempo la parte più solida dell’Europa prende tempo, continuando a sperare che il ciclone Trump possa essere fermato. Da che cosa? Da una rimonta democratica alle elezioni di medio termine? Possibile ma non probabile. Senza contare che il tour anti-europeo è parte dell’offensiva di persuasione di questi giorni rivolta alla sua base elettorale, con al centro la nomina del cattolico integralista Brett Kavanaugh a nuovo giudice della Corte suprema.

Chi potrebbe mettersi di traverso è l’apparato militare industriale che ha in James Mattis il suo rappresentante di rango nell’amministrazione, oltre al capo dello staff presidenziale John Kelly. Il capo del Pentagono, come Kelly, è contrario alle stravanganti intemperanze anti-Nato del suo capo e ai suoi attestati pro-Putin.

Il dissenso di James Mattis potrebbe portare al suo licenziamento, com’è avvenuto con il capo della diplomazia Rex Tillerson. Oppure sarà lui ad avere la forza, per mettere sotto la tutela dei militari il presidente?

FONTE: Guido Moltedo, IL MANIFESTO

photo: By The White House from Washington, DC (Foreign Leader Visits) [Public domain], via Wikimedia Commons



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