Europa, manca l’accordo sulla missione Sophia, l’Italia pronta alla rottura

L’Europa nel tunnel. No dei ministri della Difesa alla proposta italiana sui porti. Trenta: «Delusa dall’Europa». E oggi tocca a Moavero Milanesi

Carlo Lania * • 31/8/2018 • Europa, Immigrati & Rifugiati • 674 Viste

Le ministre della Difesa francese e tedesca fanno sapere di aver molto apprezzato i toni pacati e il senso di responsabilità mostrato dalla collega Elisabetta Trenta, ma almeno per ora il piano operativo della missione europea Sophia non cambia e i migranti continueranno a essere sbarcati in Italia. «Ho trovato alcune porte aperte ma altre decisamente chiuse», spiega la ministra italiana senza nascondere la delusione per l’esito negativo del vertice, avuto ieri a Vienna, con i colleghi della Difesa dei 28. E a questo punto le possibilità che l’Italia abbandoni la missione – della quale è al comando fin dalla sua nascita nel 2015 – si fanno più concrete. «E’ chiaro che dovremo fare le nostre considerazioni, ogni decisione verrà presa insieme al governo e al premier Giuseppe Conte», ammette la ministra.

Al tavolo viennese l’Italia si è presentata ieri mattina con una proposta che prevede la rotazione tra gli Stati membri dei porti di sbarco e la successiva divisione dei migranti. Un meccanismo semplice, che permetterebbe di superare le polemiche degli ultimi mesi. L’idea è stata però accolta con la solita freddezza dai partner europei, da sempre contrari a una riscrittura delle regole prima della scadenza naturale della missione prevista per la fine di dicembre. A fare muro, in particolare, sono stati i paesi del Nord Europa. «Oggi mi sento molto delusa, ho visto che l’Europa non c’è o non è presente», prosegue la ministra. «La scadenza delle missione è tra tre mesi, rivedere le regole oggi o tra tre mesi cosa cambia?».

La realtà è che gli Stati puntano a rimandare il più possibile modifiche che potrebbero dar vita a meccanismi automatici di condivisione dei migranti che nessuno vuole davvero. A partire da Ungheria, Polonia, Cechia e Slovacchia, quel blocco Visegrad con il quale il ministro degli Interni Matteo Salvini spera di rovesciare gli attuali equilibri dell’Ue.

Le possibilità di riuscire a cambiare le regole della missione Sophia a questo punto sono sempre più risicate, anche se la ministra Trenta continua a fare esercizio di ottimismo. Ieri, al termine del vertice, ha avuto un lungo colloquio a quattr’occhi con la collega francese Florence Parly e contatti ci sono stati anche con la tedesca Ursula von der Leyen. «Qualche Paese potrebbe fare una dichiarazione un po’ diversa», aggiunge Trenta pensando al secondo vertice in programma a Vienna oggi, quello dei ministri degli Esteri dove, in teoria, con Germania e Francia potrebbe schierarsi anche la Spagna, il Paese attualmente maggiormente interessato dagli sbarchi dei migranti. Molto più dell’Italia, dove invece si sono ridotti ormai da mesi. «Chiediamo la solidarietà dei Paesi Ue e speriamo ancora che arrivi, prima o poi. E che non sia troppo tardi», ha spiegato il titolare della Farnesina Enzo Moavero Milanesi, che oggi ha il compito di guidare una trattativa al limite del possibile.

L’esito più probabile è che come al solito non si decida niente, rimandando tutto al Consiglio europeo del 20 settembre a Salisburgo. Il pretesto tecnico ci sarebbe: i ministri della Difesa e degli Esteri possono stabilire l’apertura dei porti, ma l’eventuale successiva divisione dei migranti tra i Paesi è una decisione che spetta ai capi di Stato e di governo. Il rinvio sarebbe anche un modo per scavalcare il 31 agosto, data ultima entro la quale, in caso di mancata soluzione, l’Italia ha minacciato di «fare da sola» e abbandonare la missione. Anche per questo a Bruxelles sarebbe già pronto un piano B che prevederebbe il trasferimento alla Spagna del comando della missione, con conseguente perdita di prestigio e aumentato isolamento per l’Italia.

Tutte cose che non sembrano preoccupare Matteo Salvini, che anche ieri è tornato a minacciare: «Ho chiesto di condividere i porti di sbarco», ha detto il ministro degli Interni. «Se anche a fronte di questa nuova richiesta otterremo un no dovremo valutare se continuare a spendere soldi per una missione che sulla carta è internazionale ma di fatto è tutta a carico di 60 milioni di italiani e di un solo Paese. Poi faremo da soli, di sicuro non ci mancano la fantasia e la capacità».

* Fonte: Carlo Lania, IL MANIFESTO

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