Occupazione. Si lavora in meno, ma si lavora di più e con stipendi inferiori

Censis. Per i giovani solo occupazioni che non rispettano le competenze: camerieri in testa

Massimo Franchi * • 31/1/2019 • Lavoro, economia & finanza, Studi, Rapporti & Statistiche • 223 Viste

Lavorare meno, lavorare tutti? Esattamente il contrario. In Italia cala il numero dei lavoratori, ma quelli che lo fanno lavorano molto di più e per questo sono in difficoltà fisica e psicologica. Per non parlare delle buste paga sempre più leggere specie per i giovani costretti ad accettare mansioni inferiori alle loro competenze, prima fra tutte i camerieri.
È il ritratto del secondo rapporto del Censis – in collaborazione con Eudaimon – sul welfare aziendale. Si parte da un dato incontrovertibile sulla crisi economica nostrana: l’Italia infatti crea meno posti di lavoro degli altri Paesi Ue. Negli ultimi dieci anni (2007-2017) il numero di occupati nel Paese è diminuito dello 0,3%, è invece aumentato in Germania (+8,2%), Uk (+7,6%), Francia (+4,1%) e nella media dell’Unione (+2,5%).
Il «paradosso italiano» è che però chi lavora, lavora sempre di più. Sulla base del rapporto il 50,6% dei lavoratori afferma che negli ultimi anni «si lavora di più, con orari più lunghi e con maggiore intensità». Sono 2,1 milioni i lavoratori dipendenti che svolgono turni di notte; 4 milioni lavorano di domenica e festivi; 4,1 milioni lavorano da casa oltre l’orario di lavoro con e-mail e altri strumenti digitali; 4,8 milioni lavorano oltre l’orario senza pagamento degli straordinari. E con effetti «patologici rilevanti»: 5,3 milioni provano sintomi di stress da lavoro (spossatezza, mal di testa, insonnia, ansia, attacchi di panico, depressione); 4,5 milioni non hanno tempo da dedicare a se stessi; 2,4 milioni vivono contrasti in famiglia perché lavorano troppo.
Anche grazie alla riforma Fornero se vent’anni fa, nel 1997, i giovani di 15-34 anni rappresentavano il 39,6% degli occupati, nel 2017 sono scesi al 22,1%. Al contrario le persone con 55 anni e oltre erano il 10,8%; ora sono il 20,4%. I lavoratori «anziani» hanno un’alta presenza nella pubblica amministrazione (il 31,6% del totale, con una differenza di 13,5 punti percentuali in più rispetto al 2011) e nei settori istruzione, sanità e servizi sociali (il 29,6%, il 7,4% in più). I millennial invece sono più presenti nel settore alberghi e ristoranti (39%) e nel commercio (27,7%).
L’impoverimento del ceto medio impiegatizio e degli operai si riscontra nell’allontanamento delle loro buste paga da quelle dei dirigenti. Rispetto al 1998, nel 2016 il reddito individuale da lavoro dipendente degli operai è diminuito del 2,7% e quello degli impiegati si è ridotto del 2,6%, mentre quello dei dirigenti è aumentato del 9,4%. Nel 1998 il reddito da lavoro dipendente di un operaio era pari al 45,9% di quello di un dirigente ed è diminuito al 40,9% nel 2016. Quello di un impiegato era il 59,9% di quello di un dirigente e si è ridotto al 53,4% nel 2016.
La riduzione del benessere dei lavoratori trova una parziale risposta nel welfare aziendale. Da una indagine su 7mila lavoratori che beneficiano di prestazioni di welfare aziendale risulta che l’80% ha espresso una valutazione positiva, di cui il 56% ottima e il 24% buona. Tra i desideri dei lavoratori al primo posto c’è naturalmente la sanità (42,5%), seguono i servizi di supporto per la famiglia (37,8%), integrazione del potere d’acquisto (34,5%), i servizi per il tempo libero (banca delle ore e viaggi) (27,3%), i servizi per gestire meglio il proprio tempo (incombenze burocratiche e delle commissioni) (26,5%), infine la consulenza per lo smart working (23,3%).

* Fonte: Massimo Franchi, IL MANIFESTO

 

Foto: Pixabay CC0 Creative Commons

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