Mimmo Lucano: meglio il consiglio comunale che l’europarlamento

Il sindaco di Riace espulso: «Ho detto no grazie a tutti quelli che mi hanno offerto di fare il capolista per Strasburgo. Fare politica per me è vivere le tensioni sociali. La nostra lista può vincere e la cittadina può rinascere»

Claudio Dionesalvi e Silvio Messinetti * • 22/5/2019 • Immigrati & Rifugiati, Politica & Istituzioni • 234 Viste

STIGNANO (REGGIO CALABRIA). Sono ore febbrili per Mimmo Lucano. Spenti i riflettori e conclusi i bagni di folla dei giorni scorsi, il sindaco sospeso di Riace si trova ad affrontare la dura realtà di una quotidianità da esule. Con due appuntamenti cruciali all’orizzonte: il 26 maggio, le elezioni comunali di Riace dove non può candidarsi a sindaco per il vincolo del terzo mandato, e l’11 giugno, la prima udienza a Locri del processo a suo carico. Nella pausa di una riunione a Stignano, Lucano ci concede un’intervista, seduti a un tavolo di fronte al mar Jonio.

Sindaco, tutto l’arco della sinistra, da Zingaretti ad Acerbo, le ha proposto una candidatura alle europee. Con garbo ha declinato l’offerta e si è candidato a consigliere comunale a Riace. Perché?

Avrei potuto approfittare dell’indennità e dell’immunità, invece sono e rimango ancora in prima linea. Non mi affascinava molto l’idea di lasciare la Calabria per andare al parlamento europeo. Considero la politica un rapporto con la base e le periferie, un rapporto che nasce dalle tensioni sociali. Quando si verificarono i primi sbarchi, i rifugiati erano i nuovi proletari, immaginavo che con loro ci potesse essere un riscatto. Io provenivo dall’impegno nelle utopie sociali. L’idea di vivere una lotta al fianco del popolo curdo mi dava grandi motivazioni. Il linguaggio della sinistra deve ripartire da lì, da una rivolta umana come quella dei neri di Rosarno. E poi cosa ci andrei a fare a Bruxelles? Io non so parlare l’inglese. È risaputo che per le europee mi avrebbero attribuito un posto da capolista, ma io ho sempre avuto una conflittualità con il potere. Sogno una sinistra che per una volta rimanga coerente ai valori della fratellanza e legata agli ultimi.

I giudici del Riesame sostengono che la candidata a sindaco della lista “Il cielo sopra Riace”, Maria Spanò, sarebbe manovrata da lei? È vero?

Più che una motivazione della magistratura, mi è sembrato uno slogan della lista avversaria in campagna elettorale. Così tentano di delegittimare la mia persona e quella di Maria Spanò. Viene fuori un’immagine di me come uno che ama comandare, invece non è vero: in tutti questi anni ho voluto fare il sindaco con attenzione all’«arte di non governare» nel modo tradizionale. Maria è stata assessora, ha «comandato» più di me. Ognuno è stato libero di agire secondo la propria coscienza e volontà. Allora è chiaro che vogliono distruggere il messaggio politico che viene da Riace: quella che io definisco un’onda rossa è un’onda di umanità, una rivolta umana.

Da quando lei è stato sospeso, Riace non è più la stessa, si è spopolata, non ha più l’anima consueta, si è intristita. Tuttavia, crede che possa rinascere? Come?

Questo prescinde da me. C’è la possibilità di ristabilire l’identità di Riace. Ci sono ancora molti rifugiati. Dopo essere stato privato della libertà e delle mie funzioni, adesso spero di tornare a lanciare un messaggio anche nelle sedi istituzionali. Sarebbe un umile contributo. Per questo abbiamo scelto di chiamarci “Il cielo sopra Riace”.

Le è stato impedito, persino, di essere a Riace per dieci ore a presentare la Fondazione. La candidata Spanò ha ricevuto un avviso di garanzia a pochi giorni dal voto. Di contro, i poteri sono indulgenti con i fascisti che la minacciano continuamente.

In questi giorni sono stato a Cinisi. Non dimentichiamo che anche Peppino Impastato era un aspirante consigliere comunale. Venne ammazzato e prese voti anche da morto. Lì ho capito che l’idea della sinistra deve attingere all’esperienza e all’intelligenza di figure come la sua, guardando anche alla lezione di padre Alex Zanotelli. Non c’è differenza tra utopia sociale e utopia cristiana, tra una giustizia proletaria e quella evangelica. Al potere questo messaggio fa paura, non è compatibile con la società dominata dal capitalismo. Lo diceva anche Pasolini.

La Lega e il suo capo, dopo aver asfaltato a colpi di decreti il “modello Riace”, provano a prendersi la cittadina alle elezioni. Salvini ha mandato un emissario dal nord per condurre la campagna. Teme l’accerchiamento?

Devo poter guardare negli occhi mia figlia. Di fronte a lei posso affermare a voce alta che non ho fatto il sindaco per avvantaggiarmi. Pensiamo di vincere.

La Sapienza di Roma le ha tributato un caloroso omaggio e altrettanto calore lo ha ricevuto all’Università della Calabria. Ripagano almeno in parte delle amarezze di questi mesi?

Ha suscitato in me immenso piacere l’abbraccio umano della Sapienza. Mentre arrivavo ho visto che quelli di Forza Nuova erano una esigua minoranza, poi mi sono trovato in quella marea di giovani affamati di umanità. La manifestazione a Milano della Lega, nello scorso fine settimana, voleva convincerci che l’autoritarismo, il fascismo, l’annullamento dei diritti umani, siano una soluzione. Noi invece siamo per una soluzione umana dei problemi sociali.

Dopo il 26 maggio e una volta, si spera, riconquistata Riace, lei sarebbe l’unica personalità in grado di ricompattare la sinistra diffusa senza bandiere per vincere le elezioni regionali di novembre. Pensa di candidarsi a presidente della Calabria in un processo costituente di una nuova sinistra?

Il presidente Oliverio mi è stato vicino sul piano umano, soprattutto. Mi sono avvicinato a lui e lui si è avvicinato a Riace ed alla tendopoli di San Ferdinando. Così ha spostato il proprio asse. Forse per questo, poi, ha avuto problemi giudiziari. Tuttavia, quando parliamo della dimensione politica, io faccio parte di un “politico” diverso. I miei riferimenti in Calabria sono Francesco Cirillo, Giuseppe Tiano, Enzo Infantino, i compagni dell’Usb di San Ferdinando come Peppe Marra. Noi siamo sempre stati la voce dei senza voce. Discutiamo di queste cose, altrimenti che senso ha partecipare alle competizioni elettorali? Ripartiamo da Zanotelli, da monsignor Bregantini, dalla teologia della liberazione. E riflettiamo, però, sul fatto che se non ci mettiamo in politica, lasciamo il campo libero alle forze reazionarie. Per le regionali prima ci dovrà essere un ragionamento collettivo, un processo partecipato, poi chissà.

Il manifesto ha lanciato una campagna per rompere il muro che il governo giallobruno ha alzato contro l’informazione libera e indipendente. Lei che è uomo di ponti e non di muri aderisce a “Io Rompo”?

Certo! Ho sempre creduto nell’importanza e nel valore della controinformazione.

* Fonte: Claudio Dionesalvi e Silvio Messinetti, IL MANIFESTO

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