Sorry We Missed You, di Ken Loach. La dura vita familiare ai tempi del precariato

Cannes 72. «Sorry We Missed You», il film in concorso del regista inglese ci parla dell’oggi e dei tanti che non ce la fanno a sopravvivere

Cristina Piccino * • 18/5/2019 • Lavoro, economia & finanza nel mondo, Libri & culture • 210 Viste

CANNES. C’è un’ostinazione in Ken Loach, 82 anni, due volte Palma d’oro (con Il vento che accarezza l’erba, 2006 e Io, Daniel Blake, 2017) che lo spinge a battersi col presente e, insieme, a condurre il proprio spettatore a una consapevolezza quasi esasperata. Sorry We Missed You – presentato in concorso – parla dell’oggi, ci dice dei tanti che non ce la fanno a sopravvivere con l’affitto da pagare, dei figli e senza le «garanzie» – seppure sempre più blande del «posto fisso». Lo hanno perso, o forse non lo hanno mai avuto e in quella che è la società attuale, con l’obbligo di «reinventare» il concetto stesso di lavoro, e quello della vita, devono afferrare ciò che arriva. Ma questa invenzione – del lavoro, della vita – non è quasi mai sinonimo di creatività, o di una maggiore libertà, in questi casi significa sempre ricatti, violenza, un massacro quotidiano. Ricky (Kris Hitchen), il protagonista del nuovo film del regista inglese, scritto dall’abituale complice Paul Laverty, prova a uscire dai debiti accumulati con un fallimento lavorando per una società che consegna pacchi. La moglie, Abby (Debbie Honeywood) si occupa di anziani e malati gravi a domicilio, li lava, li veste, li nutre, fa fronte alle loro crisi di panico o di follia, a quel vuoto di famiglie che semplicemente li hanno abbandonati. Vaga tutto il giorno da una casa all’altra, i figli li incrocia se va bene la sera, ricordandogli al telefono i compiti, il cibo da scaldare nel forno;hanno sedici anni il ragazzo, e la disperazione dell’adolescenza rabbiosa e fragile divisa con gli amici tra graffiti sui muri, bravate, saltare la scuola, risse. E undici la più piccola, saggia e spaventata, che piange quando i genitori litigano.

PER ABBY le cose sono diventate peggiori dopo avere venduto l’automobile per comprare il furgone di Ricky. Eppure è sempre dolce, non alza la voce, coi figli cerca di mediare – e di mantenere la tacita promessa di non alzare mai le mani su di loro scambiata col marito – per bilanciare una presenza nelle loro giornate divenuta sempre più rada. Neppure a Ricky va meglio, la società per cui lavora, una specie di Ubs o Tnt impone ritmi senza respiro, si piscia nella bottiglia perché come a Walmart o deliveroo o amazon la produttività è tracciata da un un bip meccanico: rallenta, si paga.

NESSUNA COPERTURA, nessun diritto nessuna indennità anche se ti rompono la faccia. Cosa significa vivere così, quali sono gli effetti di una simile realtà, sul corpo e sulla testa? Sorry We Missed You parla di questo. Ci dice alla Loach, ovvero senza mezze misure, le conseguenze delle nuove economie sempre più liberiste sulle società ma soprattutto si addentra tra gli effetti di questo precariato divenuto regola sui sentimenti delle persone. Vale per tutti, anche se qui nel modo più feroce: fabbriche, uffici, giornali, nessuno può lasciare se «precario», non sono permesse – la malattia, la maternità, la famiglia, perché c’è sempre qualcuno pronto a prendere il tuo posto. E se la pratica può talvolta essere diversa quest’ansia è ormai uno stato mentale persino auto-imposto.

COME SI AMA, come si sta insieme, semplicemente come si fa a vivere emozioni e relazioni? La famiglia del film si frantuma sempre più, ciascuno dalla sua parte mentre cresce l’ossessione, e con questa la paura di non riuscirci del protagonista. Ribellarsi è (di nuovo?) no future per i ragazzini, boicottare è un gesto d’affetto. È proprio la lente di questa intimità, di un vissuto affettivo disperso tra assenze e stanchezze la scommessa e la riuscita del film. In questo spazio la «cronaca» sociale assume una sua verità tangibile, che riguarda la vita di ciascuno, la interroga e insieme costruisce una consapevolezza. Distogliere lo sguardo dopo è forse un po’ più difficile.

* Fonte: Cristina Piccino, IL MANIFESTO

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