Elezioni in Grecia. Contro l’«era Tsipras» la destra tenta il tutto per tutto

Domenica 7 luglio il paese al voto dopo cinque anni di «austerity» terribile. Il conservatore Mitsotakis è in testa ma Syriza spera ancora

Teodoro A. Synghellakis, Fabio Veronica Forcella * • 6/7/2019 • Europa • 166 Viste

Domenica 7 luglio la Grecia vota e tutti i partiti sottolineano quanto l’esito di questa consultazione sia tra i più delicati degli ultimi decenni.

I sondaggi danno per favorito il centrodestra di Nuova Democrazia, con una differenza di circa nove punti percentuali e un distacco molto vicino a quello delle elezioni europee del maggio scorso.

Ma Syriza spera ancora e Alexis Tsipras chiede ai greci di dimostrare di essere in grado di ribaltare i pronostici.

LA SINISTRA RADICALE ellenica ha ammesso di aver fatto molti errori, a cominciare dalla sottovalutazione dell’importanza del rapporto quotidiano con gli elettori e i problemi della classe media. Tsipras ripete senza sosta che una possibile vittoria della destra vorrebbe dire tornare alle politiche di austerity, con il pericolo di un nuovo memorandum, un brusco «stop» ai contratti collettivi di lavoro e ulteriori tagli alle pensioni.

Da parte sua, il leader di Nuova Democrazia, Kyriakos Mitsotakis, risponde che non licenzierà i dipendenti pubblici, che le pensioni invece aumenteranno e che gli investimenti privati si moltiplicheranno. I creditori, tuttavia, aspettano al varco il nuovo governo, per ricordargli che non si può sgarrare da quanto pattuito in passato, a cominciare dall’avanzo primario al 3,5%.

LA CLASSE MEDIA è quella che sembra essere entrata più in sintonia con il centrodestra, che non rinuncia a ribadire il bisogno di maggiore sicurezza, con più organico alle forze di polizia, ma senza arrivare agli estremi delle posizioni leghiste.

Syriza, in realtà, sa bene che vincere le elezioni è praticamente impossibile. Spera tuttavia che Mitsotakis non raggiunga la maggioranza dei seggi (almeno 151) e che si apra, a quel punto, il difficile gioco delle alleanze. I socialisti dovranno decidere con chi collaborare e lo schierarsi dall’una o dall’altra parte sarà tutto meno che indolore.

Nel caso, poi, di un fallimento di ogni tentativo di accordo, si potrebbe andare a nuove elezioni, questa volta con il proporzionale puro previsto dall’ultima riforma della legge elettorale voluta da Tsipras. Ma non è poi così improbabile che i conservatori riescano a governare, dovendo affrontare le sfide della realtà di un paese dove depotenziare le politiche sociali e i piccoli aiuti alle classi meno agiate, vorrebbe dire creare subito malcontento e protesta.

Mitsotakis sa bene che la Grecia (per quanto colpita dallo tsunami di una che ha notevolmente cambiato il profilo del paese) resta, fondamentalmente, un paese a orientamento progressista. Ed è per questo che, negli ultimi discorsi, non ha spinto l’acceleratore sul «ritorno della destra» ma ha voluto ripetere senza sosta che «il prossimo governo rappresenterà tutti i greci, senza distinzione ideologica».

Le ragioni del cambio di orientamento dell’elettorato sono indubbiamente molteplici. Se da una parte è quasi fisiologico che un governo, dopo quasi cinque anni soffra di un logoramento del consenso, dall’altra non si può dimenticare che l’esecutivo di Syriza è stato costretto a firmare gli accordi del luglio 2015, con cui si impegnava a concludere i «programmi di risanamento del paese».

GLI INDICATORI socio-economici in questi anni sono indubbiamente migliorati (a cominciare dalla crescita del Pil e dalla riduzione della disoccupazione), ma la «ferita» della rinuncia a un futuro radicalmente alternativo, promesso sino al giugno del 2105, per molti greci è comunque rimasta aperta.

Da sinistra, Janis Varoufakis, con il suo Mera 25- Diem 25 (che potrebbe entrare in Parlamento) continua a insistere che «nella trattativa coi creditori si doveva andare fino in fondo, ma il governo non lo ha sostenuto».

Mentre, da destra, Mitsotakis dice esattamente il contrario: che non si è fatto abbastanza sul fronte delle privatizzazioni. Syriza, quindi, malgrado i progressi compiuti in economia, si è trovato stretto nella morsa della critiche di chi rifiuta totalmente il modello adottato, e di chi vorrebbe, invece, una sua applicazione molto più «aggressiva».

TSIPRAS, NEL TENTATIVO di convincere gli indecisi, ha voluto concedere una lunga intervista televisiva alla tv privata Skai, considerata la più vicina alle posizioni di Nuova Democrazia.

La trasmissione ha registrato un record di ascolti e il leader greco non ha mancato di sottolineare che gran parte dei media sono stati ostili al suo governo, e hanno cercato di presentare i due memorandum di austerità firmati dalla destra e dai socialisti, «come una specie di benedizione». «Abbiamo sempre detto la verità al popolo greco », ha ribadito Tsipras, riconoscendo che «sicuramente molti cittadini avrebbero voluto uscire dai memorandum più in fretta e in modo più indolore».

Secondo il leader di Syriza «la Grecia del 2015 era un paese sull’orlo della crisi umanitaria» ma è stata evitata e oggi «ci sono 6,3 miliardi di euro di investimenti diretti».

Da parte sua, Mitsotakis ha smentito che parte dei 37 miliardi di euro «messi in cassaforte» dallo stato greco saranno concessi alle banche, che soffrono per i crediti deteriorati. È indubbio però che il settore privato si aspetti molto da un eventuale governo conservatore, anche se data la gestione dissennata della cosa pubblica nei decenni passati, «corsie preferenziali» e trattamenti di favore, difficilmente potranno essere tollerati.

* Fonte: Teodoro A. Synghellakis, Fabio Veronica Forcella, IL MANIFESTO

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