Stretto di Hormuz, la guerra delle petroliere

Quarant’anni dopo la rivoluzione khomeinista, la “guerra delle petroliere” mostra tutti i fallimenti americani nella regione. Con la complicità europea

Alberto Negri * • 21/7/2019 • Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 192 Viste

Con la «guerra delle petroliere» nello Stretto di Hormuz siamo alla crisi di nervi sulla rotta di un terzo del greggio mondiale. Sono passati 40 anni da quando venne usata l’espressione «arco della crisi» mentre nel 1979 in Iran saliva al potere Khomeini e stava per iniziare la guerra dell’Armata Rossa in Afghanistan. Un anno dopo Saddam Hussein attaccava Teheran incendiando il Golfo e le quotazioni del petrolio con un conflitto da un milione di morti.
Adesso, mettendo l’Iran spalle al muro sull’export di petrolio, ci pensa direttamente Donald Trump e la sua cerchia di neo-con come John Bolton e Mike Pompeo: tratta con un dittatore con un arsenale nucleare come il nordcoreano Kim Jong-un ma vuole strozzare Teheran.

Ecco perché: il controllo delle rotte del petrolio e dei rifornimenti mondiali e alla Cina è uno degli assi strategici in mano agli Usa, l’Iran degli ayatollah è invece la carta «matta» da eliminare, prima o poi, dal mazzo degli americani.

Oggi c’è un nuovo arco della crisi che percorre più o meno quello di allora ma con alleanze completamente diverse, regimi diversi, alcuni Stati scomparsi, come la Jugoslavia, altri disgregati o a pezzi. In questo nuovo arco della crisi, a differenza del ’79, dovremmo adesso ricomprendere il Nord Africa e il Sahel, con due o tre Libie differenti, un’Algeria in bilico, una Tunisia instabile e un Egitto solido soltanto in apparenza. L’unico Stato che ha conquistato terreno, portandolo via agli arabi, è Israele, il vero jolly degli Stati uniti.

La stessa idea di Unione europea è in crisi e l’ultimo numero di Le Monde Diplomatique avverte che «ben presto nessuna nazione europea avrà da sola la capacità di entrare in un teatro di guerra» (Philippe Leymarie). La Turchia non è più il bastione della Nato sul fronte orientale con l’Urss ma un Paese che acquista dal presidente russo Putin i missili S-400.

E forse, in caso di guerra a Teheran, negherà le basi agli americani, come già avvenne con l’Iraq nel 2003.

L’Iran non è più in mano allo Shah, il guardiano del Golfo, ma a una Repubblica islamica strangolata dalle sanzioni che lotta per la sopravvivenza. Lo Yemen è diventato una sorta di Vietnam saudita. Per non parlare di Iraq e Siria, campi di battaglia e terrorismo ancora ribollenti. Se poi ci spingiamo verso l’Afghanistan il groviglio è massimo: gli Stati uniti qui trattano con i talebani, un tempo alleati, poi nemici e terroristi.

L’ultimo raìs sopravvissuto alle cosiddette primavere arabe è Bashar Assad e non a caso: aveva gli alleati «giusti» per mantenersi in sella, l’Iran, le milizie libanesi sciite Hezbollah e poi dal 2015 la Russia che con la guerra è tornata protagonista in quel Medio Oriente dove aveva subito la sconfitta epocale dell’Afghanistan creando il mito di un Jihad vincente.

Per stare a galla nel nuovo arco della crisi servono gli alleati giusti. Qualcuno come il presidente turco Erdogan ha cominciato a dubitare che l’Occidente e la Nato lo fossero. Era partito con la benedizione degli americani e i soldi delle monarchie del Golfo per abbattere Assad e ha scoperto che rischiava di vedere nascere uno stato curdo alle porte di casa.

Errori suoi ma anche degli occidentali che dopo avere predicato per anni che «Assad doveva andarsene» poi hanno voltato le spalle quando il gioco si è fatto complicato. Avevano anche loro gli alleati sbagliati: jihadisti e qaedisti che poi hanno alimentato la macchina infernale dell’Isis.

Gli stessi Emirati arabi, così amici del principe assassino Mohammed bin Salman, hanno ritirato 5mila soldati dallo Yemen perché non credono più ai sauditi, incapaci di battere la resistenza degli Houthi sciiti sostenuti da Teheran.

Non solo. Gli emiratini stanno prendendo paura: nella guerra delle petroliere – prima il blocco dell’iraniana Grace 1 a Gibilterra, poi dell’inglese Stena Impero a Hormuz – i pasdaran gli hanno sequestrato un cargo di greggio con il messaggio non troppo subliminale che in caso di guerra potrebbero colpire il paradiso finanziario degli sceicchi. Mostra le crepe anche quella «Nato araba» con cui Trump intende ridisegnare il Medio Oriente.

Un vecchio vizio degli americani: da quando hanno ereditato la polvere dell’Impero britannico vogliono cambiarne i connotati senza troppo riuscirci, anzi peggiorandoli come ha dimostrato l’Iraq. L’unico vero successo statunitense è stato Israele al quale Trump ha riconosciuto Gerusalemme capitale e l’annessione delle Alture del Golan, contro ogni risoluzione delle Nazioni unite. A queste violazioni e ai fallimenti in Siria e Yemen si è aggiunto lo strappo dell’accordo sul nucleare con l’Iran e il tentativo, già naufragato, di un piano da 50 miliardi di dollari sulla Palestina.

In questo quadro l’Europa non brilla: e quando mai? Forse andrà meglio se si realizzerà la Brexit, con gli inglesi fuori si indeboliranno le manovre di sabotaggio favorevoli agli americani: sono loro i veri mercenari di Washington.

Ancora meno brilla un’Italia di trafficanti pasticcioni alla «Russiagate», oscillanti come pendoli, che adesso si schierano con la Polonia per ostacolare il meccanismo europeo Instex destinato ad aggirare le sanzioni statunitensi contro Teheran.

Nel 2011 in poche settimane abbiamo mollato il nostro maggiore alleato, Gheddafi, e adesso in pochi mesi pure l’Iran, che ci prometteva miliardi di commesse. L’Italia appare così saldamente collocata nell’arco di una crisi di nervi: noi le basi agli americani per fare la quarta guerra del Golfo non abbiamo certo il coraggio di negarle.

* Fonte: Alberto Negri, IL MANIFESTO

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