Turchia. Cadono le accuse contro Ozgur Gundem, assolti tre giornalisti

Dopo tre anni di battaglia legale cadono le accuse di propaganda terroristica per tre dipendenti del giornale di sinistra filo-curdo. Ma restano in piedi altri procedimenti penali, 49 in totale gli impiegati imputati

Chiara Cruciati * • 18/7/2019 • Diritti umani & Discriminazioni, Internazionale • 200 Viste

Una buona notizia arriva dalla Turchia delle epurazioni di massa post (fallito) golpe: ieri la 13° Alta corte penale di Istanbul ha assolto tre giornalisti del quotidiano di sinistra filo-curdo Ozgur Gundem, dopo tre anni di battaglia legale. Erano accusati, come 49 colleghi dello stesso giornale, di «propaganda a favore di organizzazione terroristica», ovvero il Pkk.

Rischiavano fino a 14 anni di prigione. Ma ieri Erol Onderoglu (che è anche rappresentante di Reporter senza Frontiere in Turchia), Ahmet Nesim e Sebnem Korur Financi sono stati dichiarati innocenti. Nell’aula del tribunale, dove erano presenti rappresentanti di associazioni per i diritti umani e diplomatici europei, è esploso l’applauso.

Ma le battaglie legali di Ozgur Gundem non sono finite. Nato nel 1992, è stato chiuso 27 volte per la sua vicinanza alla causa curda. L’ultima volta a seguito del tentato colpo di Stato del 15 luglio 2016 con cui Erdogan ha «giustificato» la dura campagna contro i media turchi: oltre 140 agenzie stampa e giornali sono stati chiusi, 135 giornalisti arrestati, il più alto numero al mondo, 252 sottoposti a procedimenti penali e 62 condannati al carcere negli ultimi mesi (dati dell’organizzazione International Press Institute).

La battaglia di Ozgur Gundem (che continua a pubblicare online con un altro nome all’estero) non finisce perché sui suoi dipendenti pesano ancora altri procedimenti penali: proprio ieri la procura ha chiesto la pena detentiva per altri sette giornalisti, prossima udienza prevista per il 21 novembre. Nei mesi scorsi sono stati invece condannati al carcere altri 15 dipendenti del giornale a pene tra uno e quattro anni.

* Fonte: Chiara Cruciati, IL MANIFESTO

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