Un mondo alla rovescia. Le buone pratiche dal basso

16° Rapporto sui diritti globali, la sintesi del 5° capitolo In comune

Comune-info, dal 16° Rapporto sui diritti globali • 27/7/2019 • Contenuti in copertina, Rapporto 2018 • 328 Viste

Dal 16° RAPPORTO SUI DIRITTI GLOBALI – Un mondo alla rovescia

5° Capitolo: IN COMUNE

LA SINTESI

 

Abiti puliti

Dietro al glamour delle sfilate di moda e dei vestiti indossati dai giovanissimi c’è un mondo di lavoratori sottopagati e non solo nel sud del mondo. Da questa consapevolezza ha preso forma la Clean Clothes Campaign, nata dalla necessità di costruire nuove forme di attivismo globale in grado di svelare i meccanismi di sfruttamento del mutato ordine economico e di opporre una resistenza oltre i confini degli Stati, sviliti e depotenziati dalla riorganizzazione dei mercati su scala internazionale.

Solo nel 2016 dal Bangladesh sono usciti 250 milioni di t-shirt arrivate in Europa cucite da lavoratrici tra le peggio pagate al mondo con un salario mensile di circa 53 euro. Alle richieste dei lavoratori gli industriali stanno arrivando a pensare di fissare il nuovo minimo a 64 euro al mese. Intanto i committenti esteri pagano di meno e hanno ridotto i tempi di consegna, I salari reali dei lavoratori indigeni sono crollati del 6,47% del 2013 e permettono di soddisfare appena il 14% dei loro bisogni fondamentali.

In India, nel distretto industriale di Bangalore sul tema è in corso una vertenza che potrebbe aiutare il movimento dei lavoratori non solo indiano. Lo scorso luglio gli operai di un potente gruppo che fornisce importanti marchi internazionali come Benetton, Puma, Zara, H&M hanno svolto elezioni libere per nominare i comitati dei lavoratori e avviare un processo di sindacalizzazione. Ciò è arrivato dopo un conflitto asprissimo con operai picchiati, insultati e licenziati. Grazie al sostegno internazionale soprattutto della Clean Clothes Campaign, i lavoratori sono stati riassunti e l’azienda si è impegnata ad avviare un autentico percorso di sindacalizzazione.

Non va meglio in Europa dove sono oggi concentrate le fabbriche di abbigliamento e calzature che occupano circa 2 milioni di operaie con salari minimi a volte peggiori di quelli asiatici. In Paesi come la Romania, la Serbia, l’Albania, l’Ucraina, la Georgia vigono regole impari, tutte a favore delle imprese che si sono qui ricollocate anche di ritorno dall’Asia perché qui conviene. In più, in queste terre il lavoro penalizza le donne con un divario retributivo rispetto agli uomini tra il 18% e il 27%. Spesso, inoltre, non sono neppure garantiti i penosi salari minimi.

Il vento neoliberale della miseria attraverso l’Europa ha raggiunto anche l’Italia, Paese di antica e ancora forte tradizione manifatturiera. Le multinazionali della moda sono tornate a produrre in Italia per convenienza a causa dei processi in atto di moderazione salariale e precarizzazione del lavoro, uniti alla perdita dei diritti fondamentali man mano che si scende nelle catene dei subappalti.

In questo ambito è dunque sempre più importante il lavoro della Clean Clothes Campaign, che continua a contestare il nuovo ordine economico ed è impegnata attraverso iniziative pubbliche di pressione sulle imprese leader e sui governi per introdurre cambiamenti e per sostenere le vertenze dei lavoratori più deboli.

 

Siviglia e l’indipendenza tecnologica

Un interessante esempio di buone pratiche arriva da Siviglia dove è nata Guifi.net, la più grande rete al mondo gestita dagli utenti. Il progetto è nato nel 2004 a Osona, non lontano da Barcellona, per risolvere le difficoltà di accesso a Internet nella zona. Gli operatori delle telecomunicazioni non avevano interesse a investire e portare lì la banda larga perché area rurale. Utilizzando collegamenti radio i cittadini hanno cominciato a sviluppare una propria infrastruttura di rete, collegando case, uffici, fattorie, edifici pubblici. Poi è nata la Fondazione Guifi.net, che vuole sviluppare una rete aperta, libera e neutrale. Dunque, chiunque con una semplice antenna può partecipare allo sviluppo della infrastruttura che è quindi di proprietà degli utenti. È stata creata così una rete libera da controlli e condizionamenti, L’esempio è stato il Referendum per l’indipendenza della Catalogna del 2017. Nei giorni precedenti la Guardia Civil, su ordine della Procura, ha obbligato gli operatori delle telecomunicazioni a bloccare l’accesso alla pagina web che riportava informazioni per la partecipazione al voto. Questo ordine non ha potuto colpire la rete Guifi e tutti gli utenti hanno potuto avere acceso alle pagine bloccate. La rete mette a disposizione la conoscenza tecnica e l’accesso pubblico a tutte le persone interessate a favorire la crescita e lo sviluppo dell’infrastruttura evitando dipendenze tecnologiche. L’infrastruttura diventa un bene comune e la gestione collettiva il fattore che ne garantisce la libertà, la neutralità e la resilienza.

 

Riace e il modello di accoglienza

Riace, un paese della Locride, è diventato un simbolo, grazie al progetto del sindaco Domenico Lucano, detto Mimmo, e la scelta di ripopolare il Comune con l’accoglienza ai migranti, trasformando così in occasione quello che altri vedono come un problema. Un simbolo e un modello che ha fatto scuola in altri Comuni e che ha saputo mostrare la possibile concretezza di un’accoglienza attenta alla solidarietà, alla riqualificazione dei territori, all’ambiente così come all’integrazione, al dialogo e alla coesione sociale. Un modello che, proprio per questo, dava fastidio ai fautori dei respingimenti e di una logica di chiusura e di egoismo sociale. Tanto che, a inizio ottobre 2018, il sindaco Lucano è stato posto agli arresti dalla procura di Locri con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Il sindaco, attorno al quale è subito cresciuta la solidarietà in tutta Italia, con manifestazioni e attestazioni di stima e di condivisione, ha dichiarato che il vero reato contestatogli è quello di umanità e rivendicando per intero l’esemplare esperienza di Riace.

All’inizio sono state riaperte le case abbandonate dagli emigranti calabresi, poi è arrivato il Piano Nazionale di Accoglienza SPRAR del Viminale. In breve tempo Riace è diventato un progetto pilota riconosciuto e pluripremiato. È nata anche una “finanza creativa”: per superare i ritardi storici dei contributi dello SPRAR viene istituita una moneta locale, dei bonus per consentire ai migranti di usufruire di un potere di acquisto. Poi vengono istituite delle borse lavoro per riavviare un tessuto economico e dare un impiego ai richiedenti asilo che intendono rimanere a Riace. Riaprono le botteghe artigiane con un immigrato e un giovane riacese.

Il Comune ha incontrato e aderito alla Rete dei Comuni Solidali, un’associazione che ha supportato l’esperienza, organizzando convegni, iniziative, e dal 2009 fondando il Riaceinfestival con l’intento di rompere l’isolamento di Riace e facilitare la connessione con altre esperienze di buone pratiche. Ma la fantasia al potere disturba, il sindaco viene raggiunto da un avviso di garanzia, i fondi ministeriali non arrivano, il ministro dell’Interno lo attacca sui social network, infine l’arresto. Eppure, l’esperienza continua, grazie a un sindaco difficile da irreggimentare, che si presenta come militante del partito che non c’è (quello di Peppino Impastato), e grazie a tutto il paese e alla solidarietà attiva e attenta che è riuscito a costruire a livello nazionale.

 

L’asilo nel bosco

Nasce da Petra Jaeger, una maestra di una scuola statale convenzionale tedesca. Ha preso l’idea da una mamma danese che nel 1950 aveva deciso di educare i suoi figli e quelli dei vicini in un bosco. Il primo asilo nel bosco in Germania nasce nel 1993 per sperimentare un nuovo approccio educativo. Oggi i Waldindergarden sono più di due mila nel Paese. I bambini che frequentano queste scuole sono molto creativi e curiosi, si concentrano di più, rispettano le regole e risolvono i conflitti in modo pacifico. Il progetto di Petra viaggia per la Corea, la Cina e diversi Paese europei e nel 2013 arriva in Italia nell’Asilo del bosco di Ostia Antica. La rete di Asili nel bosco è presente ormai in ogni angolo del Pianeta e la loro ricchezza è che sono aperti alle pedagogie del passato e del presente senza modelli educativi rigidi. Solo in Italia ne esistono 100. Tutti gli asili nel bosco svolgono le proprie attività in natura, tutti hanno un rapporto educatore/bambini che è al massimo uno a dieci e non uno a venticinque come nelle altre scuole italiane o tedesche. Per il resto, ciascun progetto percorre sentieri autonomi partendo dalle idee del gruppo educativo, ma soprattutto dai bisogni specifici di chi frequenta quotidianamente questi progetti. In quello italiano, per esempio, sono centrali l’educazione emozionale e alla felicità, mentre la didattica è costruita partendo dalle più recenti scoperte delle neuroscienze in tema di apprendimento. Nell’esperienza italiana, oltre al nido e alla scuola dell’infanzia, è stata attivata anche la scuola primaria e le medie

 

Gli avvocati di strada

L’associazione Avvocato di Strada (AdS) Onlus nasce a Bologna nel 2000 per dare assistenza legale e patrocinio gratuito agli homeless. Sono una quarantina gli avvocati o i laureati in giurisprudenza che ricevono i senza casa nei centri di accoglienza e nei dormitori pubblici. Altri 30 avvocati patrocinano gratuitamente almeno uno o due casi l’anno. Sezioni dell’associazione sono nate anche a Torino, Milano, Verona e Padova. Il Bilancio sociale 2017 dell’AdS parla di 3.769 persone assistite gratuitamente in tutta Italia, 982 avvocati impegnati quotidianamente in 49 città, 2,6 milioni di euro il valore del lavoro legale messo gratuitamente a disposizione dei più bisognosi. Le necessità per un senza casa sono molte e basilari. A partire da quella di poter avere una residenza anagrafica, senza la quale diventa impossibile trovare un lavoro, affittare una casa e accedere a ogni genere di servizi. Sono frequenti anche i ricorsi contro le decisioni del Tribunale dei minori, che spesso affidano i figli di uomini e donne in difficoltà a estranei.

Al di là dei singoli e specifici aspetti per i quali vengono contattati, questi particolari avvocati tentano di far fronte al problema generale della non parità nell’esercitare il fondamentale diritto a essere difesi. Un problema in crescita tra le persone in estrema povertà, che sempre più spesso vengono criminalizzate dai ricorrenti “decreti sicurezza” e da certe ordinanze comunali sul “decoro urbano”, ma anche fra i migranti, poco informati sulle leggi italiane e dunque ancor meno tutelati.

 

Il cantiere sociale di Monterotondo

Folias è un cantiere sociale, composto da 18 soci lavoratori, 11 lavoratori e una decina di collaboratori. Sono quattro le aree tematiche di intervento della cooperativa: formazione, inclusione, comunità educative (storicamente quella più ampia), amministrazione. Ognuna di queste aree è chiamata oggi a far fronte a numerosi problemi che caratterizzano il lavoro sociale, sempre più aggredito dall’alto. La storia comincia intorno a un luogo abbandonato di Monterotondo Scalo, nel Lazio, recuperato e restituito ai cittadini. Una storia costruita su cinque assi portanti: agire sulle cause dei problemi sociali per rimuoverle dal basso; mettere al centro dei problemi sociali la capacità di individuare soluzioni anche nelle situazioni più complesse e conflittuali; proporre un’idea di lavoro diversa da quella tradizionale, valorizzando la passione dei lavoratori; coltivare la partecipazione all’interno della cooperativa, cercando costantemente il coinvolgimento dei lavoratori, costruendo relazioni solide e solidali con altri attori sociali locali; pensare al lavoro cooperativo come occasione per puntare sul lavoro di gruppo, negli interventi sociali come nella progettazione e nell’amministrazione.

 

L’Irlanda e i rifugiati

Nel 2015 l’Irlanda, 4,5 milioni di abitanti, promise in sede europea di accogliere 4 mila profughi entro la fine del 2017. Un numero davvero irrisorio che però non è stato raggiunto, visto che nel Paese sono arrivati appena 1.400 siriani. Nonostante ciò, la maggior parte degli irlandesi non è favorevole all’accoglienza dei migranti. Anche se vi è chi cerca di sensibilizzare al problema. Come Tomi Reichental, un sopravvissuto all’Olocausto, approdato in Irlanda nel 1959, che dedica molto del suo tempo non solo a testimoniare la sua esperienza ma anche a raccontare gli odierni genocidi, sperando che la memoria aiuti a non ripetere gli errori del passato.

I rifugiati in Irlanda sono ospitati in centri che fanno parte di un sistema chiamato Direct Provision, creato nel 2000, che doveva servire a ospitare i richiedenti asilo per un tempo massimo di sei mesi. In realtà, la permanenza media supera i due anni, i tempi burocratici per esaminare le richieste di asilo sono lunghissimi, nonostante il numero esiguo delle domande. Nel 2017, 5.096 persone vivevano in Direct Provision e 432 vi risiedevano da più di cinque anni. Gli immigrati, in questo lungo tempo, non possono lavorare, studiare e nemmeno prepararsi i pasti. Il fatto di non poter cucinare per tempi così estesi – fino a dieci anni in alcuni casi – viene da molti descritto come una grossa sofferenza. Il cibo infatti è anche identità, cultura e possibilità di prendersi cura dei propri cari. Per questo motivo sono nate molte iniziative di donne richiedenti asilo che mettono al centro la possibilità di cucinare insieme. Alcune donne hanno creato “Cooking for Freedom”, un’esperienza di cucina comunitaria tra ospiti dei centri, che si riuniscono in uno spazio sociale circa due volte a settimana per cucinare insieme. È stato, inoltre, superato anche il divieto di lavoro per i rifugiati. La Corte Suprema nel 2017 ha, infatti, costretto l’Irlanda a concedere il diritto al lavoro per i richiedenti asilo, considerando che il Paese era l’unico nell’UE a non prevederlo. Importante, infine, nel Paese la nascita nel 2015 dell’associazione Refugee and Migrant Solidarity Ireland, che fornisce aiuto e supporto ai residenti nei centri per richiedenti asilo. Un punto di forza sono state, appunto, le cene organizzate tra cittadini che offrono aiuto e i rifugiati.

 

La Comunità di pace di San José in Colombia

È la storia di una resistenza non violenta quella della Comunidad de Paz di San José de Apartadó in Colombia. Proprio lì, in un Paese in guerra da almeno 60 anni, un gruppo di campesinos nel 1997 scelse di non abbandonare la propria terra, nonostante le violenze dei gruppi paramilitari che se ne volevano impadronire su mandato delle le multinazionali della frutta. In 400 costruirono case, seminarono la terra con l’obiettivo di sopravvivere con quello che producevano. L’assedio dei paramilitari, protetti dall’esercito regolare, era un incubo costante e nel 2005 si diede luogo a massacri. La comunità ebbe oltre 300 morti, violenze sessuali e distruzione di campi. I campesinos decisero di rompere i rapporti con la giustizia ufficiale per rivolgersi solo alla Corte dei Diritti umani e alla Corte Costituzionale, che ordinò allo Stato di proteggere le persone della Comunità. San José de Apartadó è sopravvissuta grazie all’idea di economia solidale alternativa al dominio del mercato. Il 24 marzo 2018, in occasione del ventunesimo anniversario, la comunità ha scritto: «Parlavamo di cambiare il mondo. Oggi possiamo dire di averlo fatto perché siamo stati una comunità». Ma il futuro potrebbe essere a rischio, a causa dell’elezione a presidente della Colombia di Ivan Duque, candidato della destra. Duque ha già detto di voler rivedere i fragili accordi di pace con le FARC (Forze Armate Rivoluzionarie). Il rischio è dunque in un ritorno in grande stile del conflitto armato interno. La Comunità di Pace di San José affronta dunque un contesto ancora minaccioso. La sua resistenza è un simbolo intollerabile per i paramilitari, le forze armate regolari che li proteggono e per gli interessi del narcotraffico.

 

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IL 16° RAPPORTO SUI DIRITTI GLOBALI PUO’ ESSERE ACQUISTATO O ORDINATO IN LIBRERIA, OPPURE DIRETTAMENTE ONLINE DALL’EDITORE

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Foto di Gerd Altmann da Pixabay

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