Belfast, gli operai occupano i cantieri navali del Titanic

Irlanda del Nord. Centotrenta lettere di licenziamento, lo storico cantiere navale Harland & Wolff verso la chiusura. Ma le maestranze hanno un piano sostenibile e chiedono la nazionalizzazione

Enrico Terrinoni * • 24/8/2019 • Lavoro, economia & finanza nel mondo • 289 Viste

Una vecchia e struggente ballata irlandese dei Fureys recita: «A est della città, ai piedi della collina / C’è una ciminiera altissima, con su scritto Belfast Mill. / Ma ora di fumo non ne esce più / Perché lo stabilimento è chiuso, e non tornerà. / L’unica melodia che sento è il rumore del vento / Mentre spazza la città…». I versi modificano la versione originale, americana, spostandola da Aragon in Georgia, a Belfast in Irlanda del Nord; ma la storia è sempre la stessa, quella di operai che, al cambio repentino, quanto previsto e atteso delle contingenze economiche, perdono il proprio lavoro, e dunque anche la propria identità.

Quanto sta accadendo nei famosi cantieri navali Harland & Wolff di Belfast, quelli in cui fu innalzato, prima di inabissarsi, il Titanic, per capirci, non fa eccezione. Gli operai però non intendono arrendersi e stanno portando avanti una coraggiosa occupazione della fabbrica.

L’AZIENDA, con più di centocinquanta anni di storia, era il fiore all’occhiello della cantieristica navale nordirlandese e dunque britannica, e aveva vissuto periodi di fulgore, soprattutto nella prima parte del Novecento. Nella seconda aveva invece affrontato grandi crisi senza mai superarle del tutto; principalmente dopo la nazionalizzazione degli anni settanta, voluta per rispondere alla generale decrescita della domanda di navi transatlantiche, e al drastico calo di passeggeri.

Alla fine degli anni ottanta era poi tornato il privato, con la cessione alla Dolphin Drilling norvegese. Ma ora, con il settore della cantieristica navale in grande difficoltà, soprattutto per le pressioni asiatiche, si è deciso di portare a compimento la chiusura degli stabilimenti con il licenziamento dei lavoratori rimasti.

Con le ultime lettere recapitate a poco più di cento operai alla fine di luglio, non è però arrivata anche la loro capitolazione. I lavoratori hanno infatti scelto di occupare i cantieri, e promettono di restarvi finché la loro voce non sarà ascoltata. Siamo ora al ventisettesimo giorno, e quello che abbiamo davanti agli occhi è a tutti gli effetti un tentativo di occupazione costruttiva.

LA RICHIESTA sembra antica, nazionalizzazione, ma le prospettive guardano con fermezza al futuro. Consapevoli, infatti, che il passaggio dal privato al pubblico degli anni settanta non ha aiutato a risollevare le sorti dei cantieri proprio perché non ha puntato sull’innovazione, gli operai ora formulano un pacchetto di più di centocinquanta proposte, che spaziano dall’utilizzo delle energie rinnovabili come le turbine a vento, a sistemi di conservazione dell’energia, ai veicoli a rotaie. Non sono assenti nella proposta di riconversione gli aspetti sociali, come ad esempio l’idea di produrre strumenti e infrastrutture utili alle persone con disabilità e agli ospedali. Una riconversione ragionata, dunque, e autogestita, che mira a sostituire la produzione esistente con prodotti innovativi, attenti all’ambiente e alla società.

IN PRIMA ISTANZA, il collettivo occupante ha fatto appello al primo ministro inglese Boris Johnson, ma senza incontrare alcuna solidarietà, poiché per l’inquilino di Downing Street la questione è di natura puramente commerciale.

Hanno invece mostrato interesse, non solo i sindacati, ma anche i membri del Labour Party più sensibili a queste dinamiche, uno fra tutto l’attivissimo John McDonnell. È poi di questa settimana la notizia che il governo scozzese è pronto a rispondere a una situazione simile in terra propria, nazionalizzando un cantiere di Glasgow dove è messo a rischio il posto di lavoro di ben trecentocinquanta operai.

Belfast ha una lunga e onorata tradizione industriale, ed è stata in alcuni periodi del Novecento anche un laboratorio di collaborazione e solidarietà tra i lavoratori appartenenti alle due maggiori comunità da tempo in dissidio. Questo in nome di quella unione dei proletari cattolici e protestanti auspicata da grandi leader sindacali come Larkin, e soprattutto da James Connolly, il fondatore dell’Irish Citizen Army, fucilato dagli inglesi nel maggio del 1916.
Connolly era consapevole che, all’interno della massa lavoratrice nella sua interezza i protestanti erano «l’aristocrazia del proletariato», ma confidava di poter convincere tutti, nazionalisti e unionisti assieme, che il socialismo fosse l’unico modo di abbattere le dannose divisioni posticce tra di loro.

L’ESPERIMENTO dei cantieri navali di Belfast di queste settimane procede, pur senza saperlo o senza dichiararlo apertamente, proprio in questa direzione. Considerando poi che, per via della Brexit, si va incontro a un periodo di enorme incertezza, per la Gran Bretagna tutta ma per l’Irlanda del Nord in particolare, il segnale che mandano i lavoratori di Belfast è di unità: unità in vista di un bene comune che non è solo la conservazione di un posto di lavoro, ma soprattutto la costruzione di una società equa, solidale, e basata sul lavoro.

* Fonte: Enrico Terrinoni, IL MANIFESTO

 

photo: Ardfern [CC BY-SA 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)]

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