Decreto sicurezza, due ordinanze interpellano la Corte costituzionale

Immigrazione. Sono già due le ordinanze che contestano la legittimità del decreto sicurezza uno. Il programma di governo è vago e i giudici delle leggi possono arrivare prima della nuova maggioranza

Andrea Fabozzi * • 7/9/2019 • Immigrati & Rifugiati, Welfare & Politiche sociali • 183 Viste

«Una normativa organica che affronti il tema dell’immigrazione» e modifiche ai decreti sicurezza «alla luce delle recenti osservazioni formulate dal presidente della Repubblica». Il punto del programma M5S-Pd-Leu sul tema dell’immigrazione è noto ed è sufficientemente vago; ieri la ministra delle infrastrutture e dei trasporti De Micheli – alla quale il decreto sicurezza bis ha conservato il «concerto» con il Viminale sullo stop alle navi Ong – ha fatto sapere di averne già parlato con la ministra dell’interno Lamorgese, aggiungendo che «quando si salvano le persone non si commette un reato».

Se il governo presenterà un disegno di legge «organico» – alla camera, prima della crisi, era in corso di esame la proposta di legge popolare per la cancellazione, dopo 17 anni, del reato di immigrazione clandestina introdotto dalla Bossi-Fini – i tempi di discussione si allungano. E nuovi casi di soccorso in mare e profughi da far sbarcare si ripeteranno. Anzi sono già in corso (Alan Kurdi, articolo accanto) malgrado i leghisti delirino di «navi Ong sparite dai radar da quando ha preso forma il governo giallo-rosso» (Calderoli).

Viceversa una legge, magari un altro decreto, solo per accogliere le osservazioni critiche esposte da Mattarella quando ha promulgato il secondo decreto sicurezza, sarebbe assai limitata. I due profili segnalati dal presidente della Repubblica sono 1) l’enormità delle sanzioni sempre previste per le navi che violano il divieto di ingresso nelle acque territoriali – confisca e fino a un milione di multa -, che «non appare ragionevole» perché non distingue tra pericoli reali o immaginari per la sicurezza e 2) l’abolizione della «particolare tenuità del fatto» per tutti i casi di resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale che «impedisce al giudice di valutare la concreta offensività delle condotte». Il primo aspetto critico, peraltro, è stato introdotto nel decreto sicurezza da un emendamento dei deputati 5 Stelle, che lo hanno rivendicato con orgoglio, prima di sottoscrivere l’impegno a tornare indietro «alla luce» delle critiche di Mattarella.

Se il governo ritarderà – l’altro ministro che ha voce in capitolo sull’applicazione dei decreti sicurezza è Di Maio – non è impossibile che ancora una volta arrivino prima i giudici. Lo hanno già fatto sette tribunali civili (Bologna, Firenze, Genova, Prato, Lecce, Cagliari, Parma) interpretando il primo decreto sicurezza in maniera «costituzionalmente orientata», e riconoscendo quindi ai richiedenti asilo il diritto a iscriversi all’anagrafe dei comuni. Ma una giudice di Ancona e una di Milano all’inizio di agosto hanno fatto di più, rimettendo la questione della costituzionalità del primo decreto alla Corte costituzionale. L’ordinanza di Ancona fa leva sulla discriminazione di cui è vittima il richiedente asilo che non può iscriversi all’anagrafe rispetto a tutti gli altri che, come lui, soggiornano regolarmente sul territorio nazionale. E fa leva sulla irragionevolezza del decreto, che consente al richiedente asilo di lavorare ma gli impedisce, non potendo avere residenza, di firmare un contratto di lavoro.

L’ordinanza di Milano va oltre, perché contesta la violazione anche dell’articolo 10 della Costituzione, che stabilisce che l’ordinamento italiano si conforma alle norme del diritto internazionale e che la condizione dello straniero è regolata dai trattati internazionali. Proprio l’articolo 10 era stato richiamato da Mattarella quando promulgò, senza altre osservazioni, il primo decreto sicurezza. Non solo, la giudice della prima sezione civile del tribunale di Milano ha motivato l’ordinanza di rimessione alla Corte costituzionale anche con la violazione dei principi di necessità e urgenza e del requisito della omogeneità del decreto, vizi individuati a partire dal mancato riconoscimento del diritto all’iscrizione anagrafica ma estesi a cascata a tutto il provvedimento. Se queste osservazioni dovessero convincere i giudici delle leggi, la Corte costituzionale avrà, dunque, lo strumento per abbattere il primo pilastro delle politiche di Salvini. Magari anche prima che riesca a farlo la nuova maggioranza.

* Fonte: Andrea Fabozzi, il manifesto

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