Latina. I braccianti sikh si ribellano e scioperano

LATINA. Tre indizi fanno una prova. Due settimane fa un bracciante scaricato dal datore di lavoro senza alcunché si è sdraiato disperato sui binari di Priverno. A Fondi la Guardia di finanza ha trovato ben 15 aziende agricole totalmente in nero con centinaia di lavoratori senza alcuna tutela. Dieci giorni fa a Terracina un imprenditore [&hellip

Massimo Franchi * • 22/10/2019 • Lavoro, economia & finanza, Sindacato • 166 Viste

LATINA. Tre indizi fanno una prova. Due settimane fa un bracciante scaricato dal datore di lavoro senza alcunché si è sdraiato disperato sui binari di Priverno. A Fondi la Guardia di finanza ha trovato ben 15 aziende agricole totalmente in nero con centinaia di lavoratori senza alcuna tutela. Dieci giorni fa a Terracina un imprenditore ha sparato ai braccianti non contento della loro produttività. Nell’intera provincia di Latina ci sono più di 11mila imprese agricole con fino a 40mila braccianti nei picchi estivi. Quasi tutti indiani. Dopo decenni di sfruttamento si stanno finalmente ribellando. E ieri per la prima volta la comunità indiana ha deciso di scioperare e con Flai Cgil, Fai Cisl e Uila ha manifestato ieri pomeriggio sotto la prefettura del capoluogo. Pullman da tutta la provincia hanno riempito la piazza al grido – in lingua punjabi – «I nostri diritti dacceli qui!». Anche se la presenza era inferiore rispetto a tre anni e mezzo fa quando la sola Cgil fece straboccare il centro di Latina di bandiere rosse per il primo sciopero. Quel giorno però la mobilitazione partì dal sindacato. Ieri è partita da una comunità stanca di essere pagata pochi euro l’ora per oltre dieci ore di lavoro al giorno nei campi, senza diritti. E così i mansueti sikh che con le loro barbe e i turbanti sono in tutta Italia conosciuti come i migliori a lavorare con gli animali e nelle campagne, a Latina e dintorni si sono arrabbiati e sindacalizzati. Un processo lungo ma irreversibile che sta portando ad una vera rivoluzione nelle campagne pontine dove troppi imprenditori sfruttavano il carattere mite di questi uomini per sottoporli a vere angherie, non rispettando totalmente leggi e contratti di lavoro.

Il comizio sul camioncino è bilingue. Con traduzione. Parlano i sindacalisti italiani e in pochi capiscono quello che dicono. Buona parte dei braccianti riesce ad esprimersi in buon italiano ma fa fatica a comprendere bene i discorsi. Tocca ai loro rappresentanti alternare le due lingue: «Basta sfruttamento! Non possiamo lavorare come schiavi. Vogliamo diritti e dignità, sicurezza sul lavoro, contratti regolari», sillaba Gurmukh Singh, presidente della Comunità indiana del Lazio. Ogni persona che parla viene salutata dal motto sikh: qualcosa come «Il piano è del guru e porta alla vittoria». Buona parte sono seduti, in molti sono stati muniti di bandiere sindacali che tengono con poca convinzione. Non potrebbe essere altrimenti: a gennaio l’ex segretario della Fai Cisl Marco Vaccaro è stato arrestato in un indagine per caporalato. La Cisl è parte civile e «lesa» nel procedimento, ma rifarsi una considerazione è dura.

«Non dobbiamo avere paura a denunciare, le forze dell’ordine sono con noi, lavorano bene per noi», urla Onofrio Rota, segretario generale della Fai Cisl. Per Stefano Mantegazza, segretario generale della Uila Uil, «non ci sono lavoratori indiani o italiani, ci sono solo lavoratori che si spaccano la schiena sui campi». La Cgil è sicuramente la più battagliera. Una modalità che non paga dal punto di vista delle richieste di disoccupazione: ne ha molto meno di Cisl e Uil. «Quando le aziende vedono rosso, scappano», sintetizza un delegato. «Siamo orgogliosi di aver organizzato il primo sciopero il 18 aprile 2016 e di aver convinto Cisl e Uil a fare questa manifestazione unitaria. La battaglia per battere caporalato e sfruttamento sarà lunga, bisogna fare un salto di qualità culturale», sintetizza il segretario della camera del Lavoro di Latina Anselmo Briganti.

Parla anche Marco Omizzolo, il ricercatore che ha vissuto con i sikh e che per le sue denunce è stato sotto scorta. «Quando dieci anni fa raccontavamo quello che succedeva nei campi ci rispondevano che gli indiani li avevano visti solo nei film western. Ora le nostre denunce sono ascoltate, ma ancora non basta», urla tra gli applausi dei suoi amici indiani. La giornata si è conclusa con l’incontro con il prefetto di Latina. Pochi gli impegni fattivi, il primo del quale sarà a fine ottobre a convocare la Rete del lavoro agricolo di qualità per accelerare l’emissione dei permessi di soggiorno. «Le leggi ci sono, servono più controlli. Il Prefetto ci ha chiesto di fare rete, ma se le rappresentanze datoriali dell’agricoltura non si impegnano e collaborano è tutto più complicati», commenta Davide Fiatti, segretario nazionale Flai Cgil.

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«Se chiedi diritti scatta la sostituzione etnica»

Storie di sfruttamento nell’Agro Pontino. «Gli imprenditori senza scrupoli lasciano a casa i braccianti indiani e prendono i richiedenti asilo che non hanno bisogno di un letto perché stanno nei centri di accoglienza e quindi si possono pagare di meno». Un fenomeno in aumento esponenziale

«Abbiamo protestato e allora il padrone ci ha aumentato la paga da 4 a 5 euro, ma in busta ci sono sempre tre ore al giorno invece che dieci», racconta Sin Kamlgit che ha 55 anni e lavora a Sabaudia da 10 anni. «Da quando ci siamo iscritti alla Cgil ci guardano male: raccogliamo zucchine in condizioni più dure, ma almeno il contratto è rispettato», spiega Karampreet che di anni ne ha 25 ed è arrivato solo da un anno. Generazioni di indiani a confronto nella lotta per i diritti.

Quasi nessuno parla un italiano fluente. Si riuniscono in gruppi, alcuni anche ieri scrivevano i loro nomi e numeri di telefono per un sindacalista Uila su un foglio appoggiato sulla schiena di uno di loro. Basant, baffi lunghissimi e faccia fiera, racconta che «non tutti padroni sono cattivi, ma in molti ci sfruttano, e poi non è possibile che accadano fatti come quelli di Terracina». Geet, turbante blu elettrico, dice di non aver vissuto situazioni così disperate, ma che il lavoro è duro e la paga è troppo bassa. In realtà per tutti i problemi sono sempre gli stessi: «Pochi soldi, orario è troppo lungo, lavoro troppo duro». Tutti quelli che sono qui, però, e non sono pochi, credono che il sindacato li possa aiutare. Anzi molto spesso «ci ha già aiutato», dicono, sono i soli che fanno qualcosa per noi, sono amici».

La loro sindacalizzazione va avanti soprattutto grazie all’impegno dei furgoncini del «Sindacato di strada» della Flai Cgil. A guidarne uno c’è Laura Hardeep, ragazza nata in Italia da famiglia indiana. «Mia madre lavorava nei campi fino a due settimane prima di partorirmi, mio padre lo ha fatto per dieci anni. Io sono nata a Cori, ho lavorato in campagna anche io e adesso mi considero privilegiata a poter aiutare tanti braccianti come i miei genitori». Nata a Cori, di indiano ha i lineamenti e il colore della pelle. Non certo la cultura. «Sono e mi sento italiana, ora sono delegata della Flai di Latina e Frosinone», specifica chiarendo che non vuole essere chiamata «mediatrice culturale». Ha in mano il volantino dello sciopero in lingua indiana. È il punto di riferimento di tanti braccianti che la cercano e le chiedono dove andare. Anche il fatto che sia una donna è stato superato con pazienza. «Le persone si rivolgono a noi per una miriade di problemi, non solo lavorativi: dai figli alla sanità, dalla moglie ai documenti. Noi cerchiamo di aiutarli e di inserirli in un sistema di tutele complessivo. Quando capiscono che si possono fidare, tornano e si iscrivono, quasi tutti facendo la richiesta di disoccupazione, che in agricoltura è al contrario: la fai quando lavori», spiega Laura.

«Da quando gli indiani si sono ribellati è partita una sostituzione etnica», denuncia. «Gli imprenditori senza scrupoli li lasciano a casa e prendono i richiedenti asilo che non hanno bisogno di un letto perché stanno nei centri di accoglienza e quindi si possono pagare di meno». Un fenomeno in aumento esponenziale nelle campagne pontine e non solo.

Il passo successivo alla sindacalizzazione è l’auto organizzazione. A questa aspira Harvinder Singh, ex ingegnere che dal 2011 aiuta Marco Omizzolo e la sua associazione Tempi Moderni. «Prima facevo documentari per denunciare la situazione di sfruttamento verso i miei connazionali. Ora giro l’Italia tenendo corsi di italiano, soprattutto nei templi sikh», racconta orgoglioso con la sua barba grigia. «Non porto il turbante perché giro in moto e per questo molti mi vedono come un italiano», scherza ridendo. «Sono soprattutto i giovani di seconda generazione ad essere pronti a organizzare i propri compagni a rivendicare i diritti, che sono universali: negli anni novanta gli indiani d’Italia puntavano a far studiare i ragazzi all’estero. Dai primi anni duemila invece li hanno lasciati crescere qui. Con una trentina di ragazzi punto a costruire una rete che sia realmente indiana, che non sia direzionata dall’esterno come inevitabilmente succede coi sindacati. Intendiamoci, il loro lavoro è prezioso, però credo che per ottenere una vera autonomia e veri diritti serva che la direzione sia fatta da indiani: non è possibile che tutti i progetti per l’integrazione dei migranti siano fatti da associazioni italiane», denuncia.

* Fonte: Massimo Franchi, il manifesto

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