Montenegro, la Nato invia «team anti-guerra ibrida»

La Nato ha inviato in Montenegro, il più giovane degli Stati membri dell’Alleanza atlantica, la prima squadra di guerra anti-ibrida per rafforzare le capacità del Paese nel contrasto degli attacchi di questa natura. Ad annunciarlo il maresciallo Stuart Peach, presidente del Comitato militare Nato, che ha sottolineato come il dislocamento del team rientri nel quadro [&hellip

Alessandra Briganti * • 19/1/2020 • Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 257 Viste

La Nato ha inviato in Montenegro, il più giovane degli Stati membri dell’Alleanza atlantica, la prima squadra di guerra anti-ibrida per rafforzare le capacità del Paese nel contrasto degli attacchi di questa natura. Ad annunciarlo il maresciallo Stuart Peach, presidente del Comitato militare Nato, che ha sottolineato come il dislocamento del team rientri nel quadro di un’azione più ampia di lotta alle minacce ibride soprattutto «di provenienza russa».

Era stato lo stesso ministero della difesa montenegrino, già colpito da un attacco hacker che ne aveva rivelato la vulnerabilità, a chiedere l’intervento: Predrag Boskovic aveva dichiarato infatti di aspettarsi attacchi ibridi in vista delle elezioni di autunno per il rinnovo del Parlamento. L’invio del team Nato, preceduto lo scorso mese dalla firma di un contratto di vendita tra Podgorica e Tel Aviv di armi telecomandate israeliane di un valore di 31 milioni di euro, si inserisce in un contesto di crescente tensione interna e regionale. Lo Stato balcanico è da settimane teatro di proteste contro la legge sulla libertà religiosa, approvata a fine dicembre, di cui vengono contestate le norme sulla proprietà dei beni ecclesiastici. Per effetto del provvedimento la Chiesa serbo-ortodossa in Montenegro rischia l’esproprio di circa 700 luoghi di culto in suo possesso.

In effetti, se formalmente la legge è estesa a tutte le comunità religiose, di fatto riguarderebbe solo quella ortodossa, dal momento che la proprietà di altre comunità, islamica e cattolica ad esempio, è regolata da appositi accordi con lo Stato. Obiettivo dell’operazione sarebbe quindi quello di colpire la Chiesa serbo-ortodossa in Montenegro – quella serba ha i monasteri fondativi ormai in un altro Stato, in Kosovo – e di rafforzare l’altra Chiesa, autocefala, istituita nel 1993, nel pieno della dissoluzione della Jugoslavia, dal monaco Antonije Abramovic. Una chiesa non riconosciuta, con poche migliaia di fedeli ma che potrebbe essere nelle intenzioni del presidente montenegrino Milo Djukanovic, l’ennesima proiezione, del suo potere. Per Podgorica invece dietro le proteste di queste settimane si cela il tentativo di Belgrado di attentare all’indipendenza dello Stato, separatosi dalla Serbia nel 2006 a seguito di un referendum popolare.

Ora la disputa è un’occasione per i Presidenti dei due Stati, quello serbo Aleksandar Vucic – finora a dire il vero reticente sull’argomento – e quello montenegrino Djukanovic per recuperare consenso e zittire le opposizioni. Da Belgrado a Podgorica il loro potere e le loro reti clientelari sono vistosamente in affanno, nonostante il controllo pressoché totale sui media. Una trappola demagogica e allo stesso tempo un pericoloso azzardo che rischia di dare la stura a risentimenti covati per trent’anni. Per di più in un momento di ridefinizione degli assetti nell’area – anche in Bosnia Erzegovina – che riflettono il mutare precario degli equilibri internazionali.

* Fonte: Alessandra Briganti, il manifesto

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