Territori occupati. La rabbia dei coloni e di Netanyahu contro l’ONU

Territori occupati. La rabbia dei coloni e di Netanyahu contro l’ONU

GERUSALEMME. L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Michelle Bachelet? Una nemica. Il Consiglio dell’Onu per diritti umani? Nelle mani di forze ostili vicine al Bds, il movimento a sostegno dei diritti dei palestinesi che chiede il boicottaggio di Israele. Ieri si sprecavano aggettivi e parole di condanna per Michelle Bachelet alla riunione d’emergenza dei dirigenti dell’area industriale di Barkan, la più imponente tra quelle esistenti nelle colonie israeliane costruite in violazione della legge internazionale nei Territori palestinesi occupati nel 1967. All’incontro sono state invocate misure severe contro il Consiglio dei Diritti Umani dell’Onu (Unhrc) che due giorni fa ha diffuso una lista di 94 aziende israeliane e 18 straniere – tra cui Airbnb, Motorola, Trip Advisor, Expedia, Alstom, Greenkote – che operano negli insediamenti coloniali in Cisgiordania e Gerusalemme est. Misure da aggiungere alla decisione presa mercoledì sera dal premier Netanyahu e dal ministro degli esteri Katz di sospendere ogni contatto con Michelle Bachelet e l’Unhrc.

È immensa la rabbia del governo israeliano, del quale fanno parte ministri che risiedono negli insediamenti in Cisgiordania. Quella dei coloni è incontenibile. Yossi Dagan, capo del Consiglio regionale degli insediamenti della Samaria ha descritto l’Unhrc «un’organizzazione del Bds, antisemita e ipocrita il cui unico scopo è sabotare lo Stato di Israele». Per il ministro degli affari strategici Gilad Erdan la «lista nera» dimostrerebbe ancora una volta «il costante antisemitismo delle Nazioni Unite e l’odio per Israele». Il passo fatto dall’Unhrc è stato condannato anche dal leader dell’opposizione, Benny Gantz, che sta orientando nettamente a destra la sua campagna per le elezioni del 2 marzo. Gantz, come Netanyahu, ha approvato senza esitazioni il Piano Trump che prevede l’annessione a Israele di ampie porzioni di Cisgiordania e la creazione (soggetta peraltro a molte condizioni) di una minuscola entità statale palestinese senza alcuna sovranità.

Lo scontro innescato dalla «lista nera» è frutto di due posizioni inconciliabili. Per le Nazioni Unite in Medio oriente, come in ogni altra parte del mondo, valgono le leggi e le risoluzioni internazionali. Quindi le colonie israeliane costruite in territori palestinesi presi con la forza delle armi sono illegali e chi collabora con esse commette una violazione. Al contrario per buona parte delle forze politiche israeliane non c’è una occupazione militare in Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est. Una frattura netta sorta già 52 anni fa. Nei giorni successivi alla Guerra dei sei giorni, le formazioni israeliane nazionaliste-religiose spiegarono la vittoria militare come un «disegno di Dio» che aveva portato il popolo ebraico a «redimere» tutta Eretz Israel, la biblica Terra di Israele. A quel tempo quelle forze era minoritarie mentre ora, o meglio da più di dieci anni, sono al governo sotto la guida di Benyamin Netanyahu. La Bibbia – ripetono – è la sola legge che vale quando si parla di Cisgiordania e Gerusalemme (Gaza non la vogliono): la terra è tutta di Israele che ha il diritto di insediarvi chi vuole e non può essere condivisa con un altro Stato. Un premier israeliano, Yitzhak Rabin, fu assassinato (da un cittadino ebreo) a metà degli anni Novanta per aver avviato una possibile spartizione territoriale con il leader dell’Olp Yasser Arafat. L’Amministrazione Trump condivide in gran parte questa visione.

Almeno per una volta i palestinesi celebrano. Vedono nell’elenco dell’Unhrc una sorta di risposta al Piano Trump che legalizza le colonie e le annette a Israele assieme a una bella fetta di Cisgiordania. Il premier dell’Anp Mohammad Shttayyeh ha annunciato che saranno chiesti risarcimenti alle aziende indicate dall’Onu. Al momento però non è chiaro quali effetti pratici potrà avere il passo fatto da Michelle Bachelet. «Se ciò porterà a sanzioni e provvedimenti analoghi nei confronti di quelle aziende e compagnie è presto per dirlo» spiega al manifesto Sawsan Zaher, avvocato del centro Adalah ed esperta di leggi internazionali. «In ogni caso i palestinesi – aggiunge – incassano una decisione fondata sulla legalità internazionale, che è importante come la risoluzione dell’Ue che richiede un’etichettatura diversa dal ‘Made in Israel’ per le merci prodotte nelle colonie in Cisgiordania dirette verso l’Europa».

* Fonte: Michele Giorgio, il manifesto

 

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