Giochi di guerra nel Mediterraneo orientale

Nella battaglia navale in corso per il gas offshore del Mediterraneo orientale l’Italia ha scelto senza troppo clamore di mettersi provvisoriamente d’accordo con Erdogan e sfilarsi dai toni più accesi. Teniamo il piede in due scarpe e le navi in due mari: e non è un modo di dire

Alberto Negri * • 27/8/2020 • Internazionale • 392 Viste

L’Italia gioca a battaglia navale con Erdogan. Non dobbiamo farci troppo impressionare, almeno per quanto ci riguarda, dall’esercitazione militare congiunta cominciata ieri dalle forze navali e aeree di Grecia, Cipro, Francia e Italia nel Mediterraneo orientale. Nella battaglia navale in corso per il gas offshore del Mediterraneo orientale l’Italia ha scelto senza troppo clamore e in maniera quasi sotterranea di mettersi provvisoriamente d’accordo con Erdogan e sfilarsi dai toni più accesi nel confronto ingaggiato con la Turchia dall’asse tra Francia-Grecia-Cipro-Israele-Egitto-Emirati.

Teniamo il piede in due scarpe e le navi in due mari: e non è un modo di dire. Tutto questo al netto di sorprese e incidenti militari sempre possibili in una situazione di tensione mentre la Germania sta tentando una mediazione tra Atene e Ankara fortemente interessata: Berlino deve tenere buono anche Erdogan che, profumatamente pagato dall’Unione europea, ha in mano il rubinetto di profughi sulla rotta ellenica e balcanica verso il cuore del continente. Ma la missione ad Ankara del ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas non sembra essere stata un successone visto che proprio ieri Erdogan, riferendosi ai diritti di esplorazione sul gas nell’Egeo ha dichiarato che non accetterà «compromessi su ciò che è nostro e non faremo concessioni», aggiungendo che se la Grecia incorresse in errori «sarà la sua rovina».

Gli interessi italiani, insieme alle manovre militari e diplomatiche nell’Egeo, sono fortemente condizionati dalle vicende libiche. La «Patria Blu» dei turchi, il pezzo di Mediterraneo che ci interessa direttamente, è finita sotto il controllo di Erdogan e noi ne abbiamo preso mestamente atto con un adeguamento di «realpolitik» alla nostra condizione di media potenza declinante. A fine agosto l’Italia ha perso ufficialmente la Libia, già disintegrata dall’intervento militare di Francia, Stati Uniti e Gran Bretagna nel 2011 che pose fine, con la nostra complicità passiva e attiva, al regime di Gheddafi, il nostro maggiore alleato nel Mediterraneo.

Ora il governo libico di Tripoli, quello per intenderci di Al Sarraj, ha concesso per 99 anni alla Turchia il porto di Misurata che potrà andare e venire con le sue navi da guerra e commerciali in un approdo libico strategico dove teniamo anche un ospedale militare da campo con 350 soldati che su richiesta dei turchi ci prepariamo a spostare o a smobilitare al di là di ogni possibile tregua libica per ora solo annunciata. Ai turchi è stata assegnata anche la base aerea di Al Watiya dove secondo il rivale di Tripoli, il generale Khalifa Haftar, Ankara ha già schierato 50 caccia da combattimento.

L’accordo è stato firmato in agosto alla presenza del ministro della Difesa turco e di quello del Qatar, una chiara indicazione che la Libia con la maggiore presenza economica ed energetica italiana finirà nelle mani dei militari turchi e in quelle finanziarie di Doha. Insomma l’Italia si prepara a contare sempre di meno nella sua ex colonia anche se la pillola è stata indorata da un accordo con Erdogan che darebbe il via libera alle navi dell’Eni per trivellare il gas nel Mediterraneo orientale dove due anni fa una nave italiana era stata cacciata dalla marina turca.

Il condizionale è d’obbligo perché il reiss turco, una sorta di Sultano atlantico visto che è membro decisivo della Nato, molto spesso non rispetta i patti e ha dimostrato più volte di non tenere in conto il diritto internazionale. Non è un caso che l’escalation Grecia-Turchia è al centro della riunione informale dei ministri degli Esteri Ue iniziata ieri a Berlino, con Atene intenzionata a chiedere sanzioni contro Ankara.

Nel Mediterraneo orientale è in corso un conflitto per la “Patria Blu” che fa ancora più a pezzi l’atlante del disordine Nato. L’espansione di Erdogan va dall’Egeo alla Sirte, ma anche oltre Suez – in Mar Rosso (Somalia) nel Golfo (Qatar) – e ha un nome: Mavi Vatan, la Patria Blu, così viene chiamata dagli strateghi dell’ammiragliato turco. Nel concreto significa che le navi da guerra turche accompagnano quelle per la trivellazione di gas offshore nell’Egeo, da Cipro fino a Castellorizo, mentre sull’altro fronte si muovono la marina greca, quella francese e si alzano in volo i droni di Israele, con l’Egitto in allerta per difendere gli accordi recenti con Atene. Intese che come quella stipulata il 6 agosto tra Atene e il Cairo per una zona economica esclusiva tra i due Paesi sono il controaltare a quelle di Erdogan con la Tripolitania di Sarraj, occupata dalle truppe e dai jihadisti di Ankara in guerra ancora contro il generale Haftar, l’Egitto, gli Emirati, la Russia e la Francia.

Il memorandum commerciale tra la Turchia e Tripoli, accanto alle basi militari libiche ottenute dai turchi, ormai lega Serraj mani e piedi al suo protettore. All’Italia restano gli interessi dell’Eni, il gasdotto Greenstream con la Sicilia e il bruciante capitolo dei profughi che gestiamo in condominio con la Turchia. Ecco perché nell’Egeo con Erdogan giochiamo a battaglia navale.

* Fonte: Alberto Negri, il manifesto

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