Europa. La riduzione delle emissioni di CO2 non piace alle destre

L’Europarlamento vota la riduzione del 60% delle emissioni entro il 2030. La coalizione «Ursula» si spacca: socialisti a favore, no del Ppe

Angelo Mastrandrea * • 8/10/2020 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Europa • 377 Viste

Il Parlamento europeo ha alzato l’asticella simbolica della riduzione delle emissioni di anidride carbonica nel continente, portandola dal 40 al 60 per cento entro il 2030. Si tratta di un obiettivo più ambizioso di quello della Commissione, che ha fermato la soglia al 55 per cento, anche se meno di quanto auspicano i movimenti ambientalisti, che hanno posto l’obiettivo minimo al 65 per cento. «Si tratta di un passo nella giusta direzione, anche se per rispettare l’accordo di Parigi saremmo dovuti salire al 65-70 per cento», ha commentato l’eurodeputata verde Marie Toussaint.

Il testo, firmato dal presidente della Commissione ambiente, il francese macroniano Pascal Canfin, ha ricevuto 352 voti a favore, 326 contro e 18 astenuti. A sostenerlo è stata tutta la sinistra, dai socialisti ai verdi, fino alla sinistra radicale (per gli italiani hanno votato a favore Pd e Movimento 5 Stelle). La maggioranza che sostiene la presidente della Commissione Ursula von der Leyen si è spaccata, con il Ppe che ha votato contro, inclusa Forza Italia. Contrari anche Lega e Fratelli d’Italia. Il coordinatore del Ppe per l’ambiente Peter Liese ha detto che il gruppo si asterrà sul pacchetto complessivo, che prevede anche altri emendamenti pro-clima. Il 60 per cento è «eccessivo e mette in pericolo posti di lavoro», ha spiegato Liese, per il quale ci penserà il Consiglio a rimettere a posto le cose «tornando alla proposta della Commissione europea».

Ora inizieranno i negoziati tra Parlamento e Consiglio europeo. L’obiettivo è arrivare «a una decisione finale sul target per il clima 2030 nel vertice di dicembre, un giorno prima del quinto anniversario dell’accordo di Parigi», ha detto Canfin. Nel prossimo vertice dei leader europei, il 15 e il 16 ottobre, la presidente di turno, la tedesca Angela Merkel, dovrebbe verificare l’esistenza di una maggioranza qualificata tra i Paesi membri per un taglio delle emissioni di almeno il 55%, come previsto dalla Commissione, per poi dare mandato al Consiglio dei ministri dell’ambiente di negoziare con l’Europarlamento e proporre una decisione definitiva. L’obiettivo è trovare un compromesso tra Consiglio ed Europarlamento, arrivando almeno al taglio delle emissioni del 55 per cento senza che questo venga compensato dall’assorbimento di CO2 delle foreste, come vorrebbe la Commissione.

Secondo gli ambientalisti, per rispettare l’accordo di Parigi sarebbe necessario portare il taglio al 65 per cento, in modo da evitare un surriscaldamento del pianeta di tre gradi centigradi, come previsto dall’Agenzia Onu per l’ambiente. Secondo uno studio dell’Università di Berlino e dell’Istituto tedesco per la ricerca economica, una tale riduzione è possibile e consentirebbe all’Europa di risparmiare più di 10 mila miliardi di euro per la conseguente riduzione dei danni ambientali e climatici, oltre ad una forte riduzione della dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili.

«La maggior parte dei governi nazionali e la Commissione giocano al ribasso, milioni di cittadini continueranno a sfidarli, chiedendo di fare ciò che la scienza richiede per proteggere il loro futuro», ha attaccato in una nota Sebastian Mang di Greenpeace Europa, mentre centottanta organizzazioni che aderiscono al Climate Action Network hanno scritto ai primi ministri dei Paesi contrari alla soglia del 55 per cento, in buona sostanza quelli del cosiddetto blocco di Visegrad (Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Polonia, Romania e Bulgaria). Nei prossimi giorni contatteranno enti locali e imprese per convincerli che ridurre la febbre del pianeta converrebbe anche a loro

* Fonte: Angelo Mastrandrea, il manifesto

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