Dopo Ungheria e Polonia, anche la Slovenia mette il veto su bilancio europeo e aiuti

Recovery Fund. La Germania sta cercando in queste ore di fare pressione sui dissidenti

Anna Maria Merlo * • 19/11/2020 • Europa, Lavoro, economia & finanza, Lavoro, economia & finanza nel mondo • 142 Viste

In piena seconda ondata del Covid, che sta mettendo di nuovo in ginocchio l’Europa, il Consiglio europeo di oggi (in video-conferenza) sarà dedicato soprattutto alla pandemia e alla questione dei vaccini. Ma un grosso ostacolo si è alzato sul fronte dei finanziamenti, con il veto che Ungheria e Polonia hanno posto lunedì alla riunione degli ambasciatori su tutto il pacchetto di 1800 miliardi, i 1074 del bilancio pluriennale Ue (2021-27) e il Recovery Fund di 750 miliardi. Questo significa che i tempi si allungano e che i finanziamenti, se verrà aggirato l’ostacolo, non arriveranno prima della seconda metà del 2021, mentre la Ue sarà senza bilancio dal primo gennaio e dovrà limitarsi alle spese obbligatorie.

Il veto posto sulla decisione relativa alle risorse proprie – il prerequisito per dare il via libera alla Commissione a prendere a prestito i 750 miliardi del Recovery, perché i rimborsi dipenderanno da futuri prelievi Ue – è stato una ritorsione maligna di Varsavia e Budapest al voto a maggioranza qualificata che ha fatto passare la «condizionalità» dei finanziamenti al rispetto dello stato di diritto, che Polonia e Ungheria respingono (i due paesi sono da anni in conflitto con Bruxelles sull’indipendenza della magistratura, dei media e dell’istruzione universitaria). Se da un lato il gruppo di Visegrad si è diviso (Slovacchia e Repubblica ceca non hanno seguito Ungheria e Polonia), dall’altro Budapest e Varsavia hanno rotto l’isolamento grazie al cambiamento di posizione della Slovenia, che non si era unita al veto lunedì, ma ha inviato martedì una lettera al presidente del Consiglio, Charles Michel: il primo ministro, Janez Jansa, scrive che «solo un’istanza giudiziaria indipendente può dire cos’è lo stato di diritto, non una maggioranza politica». Lubiana si unisce a Varsavia e Budapest per dire che la Ue non è legittimata a giudicare la politica interna degli stati membri.

La Ue paga qui i tentennamenti del passato, mentre quasi tutti i paesi hanno qualcosa da rimproverarsi sul fronte dello stato di diritto (per esempio, per quanto riguarda la Francia le polemiche di questi giorni sulla discussione all’Assemblée nationale della legge dal titolo orwelliano «sicurezza globale» che, oltre a legalizzare controlli con i droni, impedirebbe di fatto di filmare le forze dell’ordine in azione repressiva).

La Germania, che ha la presidenza del Consiglio a rotazione, sta cercando in queste ore di fare pressione sui dissidenti, usando il bastone e la carota (anche se Angela Merkel, leader del Ppe, non ha fatto nulla per espellere Orbán dal gruppo): il «pacchetto» finanziario porterà alla Polonia l’equivalente del 4,4% del pil, il 4,3% per l’Ungheria (per l’Italia sarà il 3,7%). Come ha sottolineato la socialista Iratxe Garcia, «bloccare la Ue è ingiusto per tutti i cittadini e colpisce solo loro, polacchi e ungheresi compresi». La condizionalità non salterà, perché le risorse proprie devono passare al voto dei parlamenti nazionali e i «frugali» – Svezia, Danimarca, Austria, Olanda a cui si è aggiunta la Finlandia – che già erano poco entusiasti a luglio nell’approvazione dei Recovery, non faranno passare il pacchetto senza un chiaro legame con il rispetto dello stato di diritto. Una via d’uscita sarebbe estrarre il Recovery dal bilancio Ue e trasformarlo in accordo intergovernativo a 25 o 24 (senza Ungheria, Polonia, Slovenia). Ma i tempi si allungherebbero di molto.

In questo contesto, la Commissione ieri ha inviato le raccomandazioni sui bilanci dei 19 paesi dell’eurozona per il 2021. Nessuna richiesta di correzione, visto che il fiscal compact è stato sospeso a causa del Covid, via libera quindi al «denaro magico» nell’immediato per evitare ad ogni costo una recessione, ma qualche seria preoccupazione per il medio periodo. Nel mirino i «big spenders», Italia in testa, ma anche Belgio, Francia, Grecia, Portogallo e Spagna, che i «falchi» vogliono tenere sotto controllo.

Per Italia, Francia, Lituania e Slovacchia c’è inoltre la preoccupazione per spese decise nel momento del Covid che rischiano di non essere solo temporanee e quindi di portare a finanze pubbliche insostenibili, senza misure di copertura (anche per Germania e Olanda c’è qualche inquietudine per squilibri). In altri termini, oggi la borsa è aperta, ma già domani il debito tornerà in primo piano, con tutte le conseguenze di tagli al welfare.
Altra grana al Consiglio: la Brexit è ancora in alto mare e non dovrebbero esserci novità prima della prossima settimana. Ma anche su questo fronte il tempo stringe.

* Fonte: Anna Maria Merlo, il manifesto

 

 

Image by Jeyaratnam Caniceus from Pixabay

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