Crisi sanitaria, emergenza climatica, catastrofe ecologica: non c’è più tempo da perdere

Come economisti abbiamo capito che le ingiustizie sociali, e quindi l’aumento delle diseguaglianze e della povertà, sono direttamente collegate alla giustizia ambientale e questo significa che la precondizione per garantire la giustizia sociale è la giustizia ambientale

Giuseppe De Marzo * • 3/12/2020 • Contenuti in copertina, DIRITTI AMBIENTALI • 300 Viste

Non c’è più tempo! Siamo nel mezzo di una crisi planetaria e il sistema tossico che l’ha generata e la inasprisce ci sta uccidendo.

Con le Interviste Ribelli, vogliamo ascoltare la voce di personaggi di spicco nel panorama italiano, intervistando scienziati, personaggi pubblici, attivisti, giornalisti, personaggi del mondo dell’arte e della cultura, persone che nutrono preoccupazione per la crisi in corso e che vogliono aggiungere la loro voce al coro di attivisti e attiviste che rivendicano un mondo vivibile e una maggiore giustizia climatica ed ecologica e sociale. Perché non importa chi sei, la crisi climatica ed ecologica riguarda davvero tutti e tutte e richiede uno sforzo trasformativo da ognuno di noi se vogliamo evitare la catastrofe.

Oggi leggiamo le parole di Giuseppe De Marzo, attivista, economista, giornalista e scrittore.  Lavora da anni nelle reti sociali, nei movimenti italiani e in America Latina. È attualmente responsabile nazionale delle politiche sociali di Libera e coordinatore nazionale della Rete dei Numeri pari. Ha scritto diversi libri, tra i quali ricordiamo i recenti Per amore della Terra: libertà, giustizia e sostenibilità ecologica e Radical Choc. Diritto alla salute, collasso climatico e biodiversità.

1) Crisi sanitaria, crisi climatica ed ecologica, crisi migratorie, crisi sociale e crisi economica. Qual è la tua visione sul legame tra le diverse crisi planetarie e sulla possibile intersezionalità delle varie battaglie?

Tutti i problemi con cui abbiamo a che fare oggi sono interconnessi e interdipendenti.

Il collasso climatico, l’emergenza sanitaria, la salute pubblica, la sicurezza alimentare, sociale, la qualità del lavoro e la possibilità stessa di lavorare o meno, le migrazioni.

Abbiamo bisogno, per questo, di un approccio sistemico, che superi una visione del mondo evidentemente sbagliata e inadeguata, una visione che ignora come la vita sia una rete di esistenze interconnesse e di relazioni inseparabili. Aver affermato il contrario, attraverso una visione meccanicistica, che ha portato a immaginare la risoluzione dei problemi in maniera separata, come se non ci fossero connessioni, ci porta ad allargare ulteriormente le crisi: migratoria, ecologica, sanitaria, finanziaria, ambientale, energetica, alimentare. Tutte le crisi sono intrecciate.

Questo vuol dire che siamo di fronte a una crisi strutturale, sistemica, terminale e inedita del paradigma di civilizzazione occidentale.

Strutturale e sistemica perché è entrata in crisi la struttura stessa di un sistema e di una governance che ci era stata presentata come garante di lavoro, libertà, sicurezza e partecipazione, ma non lo è.

Le magnifiche sorti e progressive del libero mercato si sono rivelate invece un incubo per la natura umana e per tutte le entità viventi di questo pianeta: un vero e proprio sistema di oppressione.

Oggi la crisi intreccia le tante crisi aperte: negli ultimi decenni sono aumentate le diseguaglianze sociali, le ingiustizie ambientali, le ingiustizie ecologiche. Abbiamo dichiarato guerra alla vita stessa, mettendo in ginocchio noi esseri umani per primi, proprio perché il nostro legame con tutte le altre entità viventi è inscindibile: ciò che fai alla Terra fai all’essere umano. La crisi sociale è collegata alla crisi ambientale.

Queste crisi, quindi, sono strutturali e sistemiche: la governance neoliberista non funziona più. Il liberismo economico non può per sua natura, struttura e obiettivi garantire i nostri diritti, né quelli della natura.

Negli ultimi 12 anni assistiamo ad uno scivolamento senza precedenti della qualità della democrazia. Oggi la politica sembra incapace di ripensarsi dinanzi al dominio del pensiero unico, come se non immaginasse possibile un’alternativa, quando ormai è l’unica cosa sensata ed efficace da fare se vogliamo un futuro su questo pianeta. E ormai lo vediamo anche dalla situazione drammatica in cui versa il nostro paese: un terzo è a rischio povertà e non gode dei diritti sociali, peggiora la qualità del lavoro, peggiora la nostra sicurezza sanitaria, aumentano le migrazioni, aumentano i problemi ambientali. I dati Istat, Censis, Eurostat, fotografano una situazione così drammatica che bisogna risalire all’ultima guerra mondiale per trovare dati simili.

La politica appare muta davanti alle grandi sfida, mentre è incontinente quando si tratta di scaricare su altri il peso delle responsabilità dei propri fallimenti, indicando spesso nei più deboli il nemico da sacrificare alla rabbia sociale. Oggi chi governa e chi siede in Parlamento nulla ci dice su come rispondere agli scenari che vengono denunciati dall’ultimo report del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici, dove si analizzano i possibili scenari e i rischi del cambiamento climatico in Italia 1. Si parla di una prospettiva di un aumento di 5 gradi nel territorio nazionale. Sarebbe una catastrofe e avverrebbe nei prossimi decenni: scarsità di risorse idriche, aggravamento dell’erosione delle coste e in generale un impatto enorme sulla morfologia del paese. Potrei anche citare il rapporto di Legambiente Che aria tira nelle città, presentato a settembre, che ci racconta come su 97 città italiane solo 15 hanno un voto sufficiente 2. Questo peggiora la nostra salute, aumentando   l’inquinamento e rendendo anche le nostre capacità polmonari più deboli, così come le nostre difese immunitarie (e qua si potrebbe ritornare alla pandemia). Anche su questo la politica tace. Forse perché non saprebbe nemmeno che dire, visto il sistema di selezione delle attuali classi dirigenti. O forse perché è d’accordo, come nel caso delle destre.

La crisi, quindi, se non facciamo niente per invertire la rotta, è anche terminale perché ci porta sull’orlo dell’estinzione. Ogni secondo l’equivalente di sette piscine olimpioniche di ghiaccio sprofondano in acqua. Questi sono fatti! E non sono fatti di cui si devono occupare gli “ambientalisti”, o che sono legati alla voglia di difendere l’ambiente perché sono buono e amo la natura. Questi sono fatti che incideranno sulle vite di tutti e tutte noi e, soprattutto, su quelle che verranno.

La catastrofe ecologica, dato che siamo una rete di vite inseparabili e siamo tutti connessi, minaccia la sicurezza della specie umana.

L’ultimo aggettivo, inedita, lo abbiamo utilizzato, anche come economisti perché è la prima volta che il sistema riesce a fare la maggior parte dei suoi utili ed a distribuire dividenti attraverso la distruzione degli ecosistemi: il liberismo economico fa soldi soprattutto sulla catastrofe ecologica.

Questa, dunque, è una crisi strutturale, sistemica, terminale e inedita del paradigma di civilizzazione occidentale, che è fondato sull’idea per cui l’uomo “economicus” è al centro della vita, e il resto delle entità viventi sono a disposizione della sua funzione di crescita e di accumulazione.

Questa idea malsana è un errore in termini di modelli economici: i nuovi modelli ci sono già, eppure non c’è il cambiamento. Perché? Perché innanzitutto c’è bisogno di un cambiamento culturale: abbiamo bisogno di rimettere la vita al centro, di rimodulare le relazioni tra gli esseri umani e il resto delle entità viventi.

Io non sono il dominus che controlla e gestisce la vita, al massimo ne posso essere l’amministratore, e garantire, a tutte le altre entità viventi, il continuum della vita, perché conviene anche a noi umani.  Dobbiamo rimettere la vita al centro e dobbiamo rimodulare il nostro modello culturale e di sviluppo a partire dal riconoscimento e dalla reciprocità, dalla relazione, dalla corrispondenza, dalla complementarietà che gli esseri umani hanno con tutte le altre entità viventi. La pandemia ci mette tutti con le spalle al muro, perché ci dimostra che solo un approccio sistemico, multicriteriale, multidimensionale e interdisciplinare può risolvere le crisi.

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2) Hai spesso parlato di giustizia ecologica, un concetto con una sfumatura differente da quello, più noto, di giustizia climatica, e di come questa si leghi alla giustizia sociale. Possiamo trarre dalla natura persino un insegnamento sociale, che confermerebbe che “nessuno si salva da solo”? Ci racconti di più?

La Natura pondera ogni entità vivente. Pensa, cioè, che quell’entità vivente sia utile in quanto tale, perché all’interno di un ecosistema la relazione tra tutte le entità viventi migliora e accresce la vita, migliorando anche la nostra saluta. Questa è la fondamentale importanza della biodiversità. Ridurre la biodiversità, minacciare di estinzione le altre specie viventi come facciamo noi, significa creare la più grave minaccia alla nostra specie.

Se la natura pondera ogni entità vivente, mentre il liberismo le estingue senza darvi nessun peso, è evidente come sia necessario immaginare un altro modello economico, che non produca scarti, come la natura, che non ne produce. Il fallimento di questo modello economico è sotto i nostri occhi proprio perché ha bisogno di produrre scarti umani e naturali. Dobbiamo imparare a cooperare con la natura, non ignorarne le regole e distruggerla. Abbiamo bisogno di rientrare nei limiti del pianeta e ritornare a produrre senza ulteriore impatto per la terra, garantendo le possibilità di autorigenerazione e autoorganizzazione del sistema Terra, all’interno di uno spazio finito. Questo significa agganciare lo sviluppo ai limiti del pianeta e ri-democratizzare la democrazia.

Come economisti abbiamo capito, e lo ha confermato anche l’UNDP (United Nation Development Programme) nel 2011, che le ingiustizie sociali, e quindi l’aumento delle diseguaglianze e della povertà, sono direttamente collegate alla giustizia ambientale e questo significa che, la precondizione per garantire la giustizia sociale è la giustizia ambientale.

Abbiamo scoperto che, in termini di distribuzione, non contano solo i soldi o il pane che mi dai, contano anche accesso allo spazio bioriproduttivo, all’aria pulita etc. Quindi la giustizia ambientale diventa la precondizione affinché io possa distribuire nella maniera più equa, le opportunità e l’accesso alle risorse per gli esseri umani.

Ma esiste un altro tema, ancor più importante se vogliamo risolvere le crisi e migliorare le nostre vite: come facciamo a fare giustizia alla natura, visto che la natura non parla? Noi abbiamo parlato della giustizia ambientale in funzione della specie umana, ma sappiamo che garantire la biodiversità, e quindi il continuum della vita, è garanzia per la nostra stessa vita. Dobbiamo quindi garantire ad altre entità viventi e agli ecosistemi la capacità di autorigenerarsi.

Questo è “giustizia ecologica”: fare giustizia alla natura a prescindere dai diritti dell’essere umano. Questo rappresenta un salto culturale, che cuce la ferita che ha separato l’essere umano dal resto della vita. Abbiamo capito che dalla capacità di autorigenerazione del pianeta dipende anche la nostra vita e la nostra possibilità di prosperare. Ma come possiamo trasferire questo principio e questa necessità in termini giuridici, economici, filosofici? Lo possiamo fare solo introducendo la natura nella comunità della giustizia, riconoscendo finalmente come la natura non sia un oggetto bensì un soggetto vivo, al contrario di quello che ha sostenuto sino ad ora la filosofia meccanicistica, e nella pratica il modello economico neoliberista. La Terra non è inerme, lo sappiamo, è un sistema vivo, autopoietico, in grado di rigenerarsi ed in continua trasformazione. È questo che garantisce la vita a tutti noi. C’è dunque una relazione tra diritti umani e diritti della natura. Per questo dobbiamo allargare la comunità della giustizia e introdurre la possibilità di tutelare e di garantire titolarità giuridica alla natura.

La violazione dei diritti umani è oggi conseguenza dell’insostenibilità ecologica del modello economico e culturale. Quindi, se vogliamo arrivare all’equità sociale l’unica maniera che abbiamo per garantire la sostenibilità ecologica è solo riconoscendo finalmente i diritti della natura nelle nostre Costituzioni, come avvenuto ad esempio in Bolivia ed Ecuador.

Archivieremmo secoli di oscurantismo. Riconoscere i Diritti della Natura avrebbe come conseguenza la necessità di riconvertire la nostra economia, le nostre attività produttive, la nostra filiera energetica. È questa l’unica strada concreta per rispondere al collasso climatico e all’aumento delle disuguaglianze, dandoci allo stesso tempo l’opportunità di rimettere insieme il diritto al lavoro con il diritto alla salute.

Ecco cos’è la giustizia ecologica. Significa concretamente riconvertire l’economia, riconvertire il pensiero politico, riconvertire una cultura, quella del dominus patriarcale e capitalista, che vede l’uomo maschio al centro della vita e tutta la vita in sua funzione. Dobbiamo licenziare il dominus per riassumere il frater.

Il salto più importante da fare quindi è quello culturale: se siamo una rete di relazioni inseparabili, allora dobbiamo tornare a riconoscerle e sentirle anche dentro di noi.

Solo quando smetteremo di fare la guerra a Madre Terra, potremo finalmente tornare ad essere ciò che siamo, natura umana, non “uomini” sganciati dal resto della vita, ma entità viventi collegate alle altre, con una responsabilità per certi versi maggiore.

3) Il nostro movimento è stato a Roma dal 5 all’11 ottobre, per una mobilitazione collettiva attraverso azioni dirette e di disobbedienza civile nonviolenta, che sono il modus operandi scelto dal movimento, quali consigli vorresti darci per il futuro, anche per incoraggiare le attiviste e gli attivisti?

Io non sono in grado di dare consigli a nessuno, sono un attivista e un abitante del pianeta come voi. Ho una speranza e un’ambizione da condividere.

La speranza, proprio perché siamo gli uni collegati agli altri come entità viventi e ne abbiamo capacità, è quella di costruire insieme un grande campo in cui la giustizia sociale, ambientale ed ecologica finalmente possano radicarsi e fondarsi sull’etica della terra, e quindi su una soggettività politica nuova, perché ne abbiamo un disperato bisogno. La speranza è che le attiviste e gli attivisti di Extinction Rebellion possano contribuire alla costruzione di quella che sogniamo da anni essere l’Internazionale della Terra.

Oggi, in questo millennio, per liberare l’uomo e la donna dall’oppressione del colonialismo, del capitalismo e del patriarcato, dobbiamo liberare Madre Terra. Solo così liberare noi stessi. La mia speranza è che gli attivisti e le attiviste di XR possano contribuire a questo.

L’ambizione è che si possa essere quel prisma fatto di mille sfaccettature, plurali e connesse, di cui parlano i Maya. L’ambizione è che si possa vincere la battaglia per salvare noi stessi, senza essere così presuntuosi da pensare di dover salvare la Terra, cambiando l’atteggiamento verso nostra Madre e verso tutte le altre entità viventi che ci circondano e che hanno lo stesso nostro diritto di esistere.

  1. Cfr il report sul sito del CMCC https://www.cmcc.it/it/analisi-del-rischio-i-cambiamenti-climatici-in-italia 
  2. Cfr il rapporto: https://www.legambiente.it/wp-content/uploads/2020/09/Dossier_aria_citta_092020.pdf 

 

Fonte: Extinction Rebellion Italia

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