Neoschiavismo in Cina, lo sfruttamento della minoranza uigura nel business del cotone

Cina. Un report del Center for Global Policy pubblicato dalla Bbc ricostruisce la filiera «schiavista» del 20% della produzione globale

Serena Console * • 16/12/2020 • Diritti umani • 162 Viste

Da oltre quattrocento anni, la raccolta e la lavorazione del cotone rappresentano spesso un disumano meccanismo caratterizzato dallo sfruttamento e dalla violazione dei diritti umani. È così tuttora in diverse parti del mondo, dove il concetto di modernizzazione è strettamente connesso alla schiavitù.

Nonostante l’aumento dell’automatizzazione nel settore tessile, nella regione cinese dello Xinjiang, abitata principalmente dalla minoranza etnica degli uiguri, la raccolta del cotone è su base manuale. E con dinamiche paragonabili alla schiavitù.

A denunciare la violazione dei diritti umani per mano del Partito comunista cinese è un nuovo rapporto redatto dal ricercatore tedesco Adran Zenz e pubblicato dal Center for Global Policy (Cgp), il think tank americano che opera per la difesa delle minoranze musulmane nel mondo. Con il report diffuso ieri, Zenz illustra la macchina governativa attivata per costringere oltre mezzo milione di uiguri a lavorare nei campi di cotone. Dalla raccolta si passa alla lavorazione nelle fabbriche tessili: un sistema strutturato, che impiega gli uiguri in aziende situate all’interno o vicino ai centri in cui sono detenuti.

Il ricercatore muove accuse dirette al governo cinese, ma lancia un appello alle industrie internazionali della moda, che non possono ignorare come un quinto dell’offerta mondiale di cotone arrivi proprio dallo Xinjiang. Nella regione, dove è in atto una campagna di repressione e detenzione ai danni degli uiguri, si produce più del 20 per cento del cotone mondiale e l’84 per cento di quello cinese.

Il report fornisce un quadro chiaro della portata del lavoro forzato nella raccolta del cotone attraverso la revisione di documenti del governo centrale e i resoconti dei media statali, che testimoniano l’avvio di un programma di trasferimento coercitivo di manodopera. Il sistema è così strutturato. I funzionari del governo firmano contratti con le società che si occupano della raccolta del cotone, stabilendo il numero di lavoratori da assumere, l’alloggio e il salario; successivamente i lavoratori vengono invitati a “iscriversi con entusiasmo”. Ma l’entusiasmo è tutt’altro che sincero, perché sono soggetti a indottrinamento politico e ideologico.

Nel 2018 le prefetture di Aksu e Hotan hanno inviato oltre 210 mila persone a lavorare nello Xinjiang Production and Construction Corps (Xpcc), uno dei maggiori produttori di cotone cinesi nelle mani di una potente organizzazione paramilitare. La Xcpp è nel mirino dell’amministrazione del presidente americano Trump, che si nasconde dietro la tutela dei diritti umani per intensificare le ostilità commerciali con la Cina.

Lo scorso 2 dicembre, le autorità doganali Usa hanno annunciato lo stop alle importazioni di fibre di cotone realizzate dall’entità paramilitare fondata nel 1954: un’operazione complessa, che non può tenere conto dei diversi passaggi della filiera di produzione del cotone.

Ma secondo Zenz, le politiche statali si sono concentrate sul reclutamento di uiguri e membri di altre minoranze etniche locali per ridurre la dipendenza dai cinesi, che migrano nelle zone più ricche per un lavoro stagionale. Un trimestre di raccolto di cotone proficuo rappresenta un’opportunità strategica per aumentare i redditi rurali ed è quindi determinante nel raggiungimento degli obiettivi statali di riduzione della povertà. Il governo di Pechino nega le accuse e rafforza la tesi che i centri detentivi sono invece scuole di formazione professionale, utili a costruire una società moderatamente prospera entro la fine dell’anno.

Ma le denunce degli ultimi anni dalle organizzazioni umanitarie non sono sufficienti ad avviare un’azione concreta contro Pechino. Nella giornata di lunedì, la Corte penale internazionale ha respinto le richieste degli uiguri di indagare sulla Cina per genocidi e crimini contro l’umanità. Le violazioni, hanno spiegato i giudici, sono avvenuti sul territorio della Cina, che è fuori dal raggio d’azione della Corte dell’Aia.

* Fonte: Serena Console, il manifesto

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