L’attacco contro le ONG: «Non vogliono testimoni scomodi. Ma resisteremo»

L’attacco contro le ONG: «Non vogliono testimoni scomodi. Ma resisteremo»

A Sascha Girke la notizia arriva sul ponte della Sea-Watch 3, poco dopo la fine dei soccorsi di 363 migranti: le indagini su di lui e altre 20 persone impegnate nel Mediterraneo tra il 2016 e il 2017 con le Ong Jugend Rettet, Medici Senza Frontiere e Save The Children si sono chiuse il 3 marzo. È accusato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina in concorso e rischia fino a 20 anni di carcere. Probabile il rinvio a giudizio. Girke è un paramedico, nato in Germania 42 anni fa. Negli ultimi cinque ha partecipato a molte missioni umanitarie. «Vogliono farci fuori, ma non ci faremo intimidire», afferma.

Su quali fatti è basata l’accusa?

Sugli stessi per cui ad agosto 2017 sequestrarono la nave Iuventa, di Jugend Rettet: un episodio di settembre 2016 e uno di giugno 2017. Nel primo il testimone chiave è l’agente di sicurezza Pietro Gallo [ex poliziotto imbarcato sulla Vos Hestia di Save The Children che passò informazioni a Salvini, ma poi se ne pentì dicendo di sentirsi in colpa per le vittime dei naufragi, ndr]. Sostiene di aver visto una barca in legno che ha affiancato la Iuventa durante un soccorso e dopo è ripartita verso la Libia con due persone a bordo. Questo proverebbe una consegna di migranti. Il secondo fatto è la misteriosa accusa di aver restituito delle barche ai trafficanti: sarebbero state riutilizzate giorni dopo un nostro intervento.

Quanti soccorsi ha effettuato la nave Iuventa?

Nell’intervallo tra i due episodi circa 50, in totale 160: più di 14mila persone prese a bordo; 23mila assistite in collaborazione con la Guardia costiera italiana, la missione europea Eunavfor Med e le altre Ong.

Ma le indagini riguardano solo due operazioni…

Per quello che sappiamo finora sì.

Qual era il clima politico in quel periodo?

Nel 2016 avevamo un buon rapporto con il centro italiano di coordinamento del soccorso marittimo (Mrcc). Ci invitavano a Roma nel quartier generale e discutevamo di come migliorare la cooperazione. Ci chiesero anche di trovare navi più grandi per portare le persone sulla terraferma. In quel periodo in genere lo facevano loro, dopo che noi le avevamo soccorse. Ma la Guardia costiera era in difficoltà per l’alto numero di migranti e chiedeva il nostro aiuto. Ci sembravano consapevoli della necessità delle operazioni di salvataggio: si confrontavano con noi a terra e coordinavano le nostre operazioni in mare. Soltanto dopo abbiamo capito che i semi del sospetto erano già stati piantati e stavano crescendo rapidamente. Alla fine dell’anno il direttore di Frontex Fabrice Leggeri e il pm Carmelo Zuccaro dichiararono che nelle nostre missioni c’era qualcosa di oscuro.

E nel 2017?

A giugno 2017 la collaborazione operativa era molto peggiorata. Per tre volte ci avevano detto di rientrare a Lampedusa per un numero ridicolo di persone. Per esempio: ne avevamo soccorse 200, arrivava la Guardia costiera e ne trasbordava 180 o 195, poi ci diceva di andare sull’isola a portare le altre. Non capivamo perché ci costringessero a lasciare l’area dei soccorsi per delle persone che avrebbero potuto imbarcare loro. Intanto iniziava ad apparire la cosiddetta «guardia costiera libica». All’inizio erano piccole barche guidate da miliziani, poi dalla primavera 2017 navi più grandi. Compresa una motovedetta donata dall’Italia. È in quei mesi che per la prima volta i libici intercettano i migranti e li riportano a Tripoli con la forza.

C’è poi il «codice di condotta» che l’ex ministro dell’Interno Marco Minniti (Pd) voleva far firmare alle Ong.

Sì, e ha effetti diversi. A livello operativo iniziamo a vedere che la Guardia costiera italiana esita sempre più ad avere un atteggiamento proattivo. Ci indirizza verso le imbarcazioni in difficoltà, ma poi non organizza i passaggi successivi. Quando la Iuventa si riempie chiediamo cosa fare, ma non rispondono, ci fanno aspettare uno/due giorni. Le modalità di comunicazione cambiano di segno: in pochi mesi la Guardia costiera italiana smette di rivolgersi a noi come fossimo dei colleghi e comincia a urlarci contro. Intanto Eunavfor Med si ritira verso nord e ci lascia soli a soccorrere le persone.

Prima siete stati lasciati soli e poi accusati di reati gravissimi. Perché?

Succede a tutti coloro che si impegnano lungo le frontiere, dalla rotta balcanica ai confini interni dell’Ue. L’obiettivo politico della nostra criminalizzazione è ripulire la scena dagli attori civili: nessun testimone oculare, nessun intervento che disturbi la costruzione di questo grande muro intorno all’Europa. Vogliono semplicemente farci fuori.

Però lei è ancora qui. Perché?

L’ultima missione della Sea-Watch 3 ha mostrato che 363 esseri umani avevano bisogno di aiuto. Il problema non è risolto, anche se sappiamo che le navi umanitarie non sono la soluzione. Mi trovo ancora qui per le persone soccorse: senza il nostro intervento alcune di loro sarebbero affogate, viste le condizioni in cui viaggiavano, oppure adesso, mentre parliamo, sarebbero rinchiuse in un centro di detenzione libico. C’è anche un altro motivo: non ci faremo intimidire, non faremo nessun passo indietro.

* Fonte: Giansandro Merli, il manifesto



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