«Earth day». Con Biden gli Stati Uniti cambiano aria sul clima

«Earth day». Con Biden gli Stati Uniti cambiano aria sul clima

Si dice che Gaylord Nelson, senatore del Wisconsin, avesse avuto l’idea di indire la prima Giornata per la Terra sorvolando i 2000 km2 di petrolio fuoriuscito da un pozzo offshore a largo di Santa Barbara nel gennaio del 1969. Quel disastro che aveva imbrattato decine di chilometri di spiagge californiane e ucciso decine di migliaia di foche, delfini, pesci e uccelli marittimi, aveva spronato l’attivismo che avrebbe dato vita al moderno movimento ambientalista. Il 22 aprile del 1970 Nelson e il giovane attivista che lo assisteva, Denis Hayes, indicevano il primo Earth Day a cui parteciparono 20 di milioni di persone in molte città, ancora ad oggi una delle più massicce mobilitazioni mai registrate.

EARTH DAY HA UNA FUNZIONE simbolica, certo. Quella di quest’anno segna sia il quinto anniversario della firma degli accordi di Parigi che l’annunciato rientro degli Stati uniti nell’ambito del trattato globale per contrastare il mutamento climatico. Con tutti i limiti dell’accordo si tratta pur sempre del primo tentativo di coalizione effettivamente globale attorno all’incombente minaccia di ecocidio, e il rientro americano è un segnale importante dopo il dissennato isolazionismo e l’ostentato anti-ambientalismo della parentesi trumpiana. Ne sembra, questo, un gesto puramente simbolico. Il mutamento climatico è stato motivo ricorrente della campagna Biden e, una volta insediato, Biden è sembrato intenzionato a tenere fede alle promesse per promuovere un piano riconversione ambientale ben più audace anche di quello messo in campo dalla amministrazione Obama di cui faceva parte.

IL GIORNO STESSO DELL’INSEDIAMENTO Biden ha firmato un decreto sospendendo i lavori sull’oleodotto Keystone XL, parte della rete di condutture per petrolio e bitume diluito spedito dal Canada verso il Midwest e le raffinerie Texane, che sono diventate un obiettivo primario degli ambientalisti come grandi opere simbolo della continuata dipendenza strutturale dagli idrocarburi. L’operazione di una di queste, la Dakota Access, è stata contestata duramente ed eroicamente da militanti e nativi Sioux confrontati da una schiacciante forza militare sull’altipiano di Standing Rock – ed è infine stata sospesa e poi sottoposta ad un rilevamento ambientale tutt’ora in corso. La costruzione della Keystone XL procede a singhiozzo da diversi anni, rinviata da Obama poi accelerata da Trump.

LA DECISIONE DI BIDEN VERRA’ contestata nei tribunali federali da una ventina di stati ad amministrazione repubblicana ma è stata comunque un segnale forte all’inizio del mandato, nel contesto di una potentissima lobby del petrolio che proprio sotto Obama aveva trovato un forte sviluppo. A partire dal 2008 la produzione di petrolio e gas metano americano ha subito una vera e propria impennata fino a soddisfare il bisogno interno e fare degli Usa un esportatore netto di idrocarburi, grazie soprattutto al boom dell’estrazione via fracking. Sotto Obama sono stati aperti allo sfruttamento 90.000 km2 di terre federali, compresa l’espansione del trivellamento offshore nel Golfo del Messico poche settimane prima del disastro Deepwater. Il 20 aprile 2010, due giorni prima del quarantesimo Earth Day, quel pozzo della BP ha cominciato a spruzzare un getto sommerso di petrolio che sarebbe durato per cinque mesi: un volume complessivo 70 volte superiore a quello di Santa Barbara. Una lezione forse recepita da Joe Biden che, come presidente più anziano della storia nazionale, sembra agire con un senso di urgenza su un tema a cui sembra tenere seriamente.

CERTO LA PARTITA E’ LUNGI DALL’ESSERE chiusa e Biden, che aveva escluso già durante la campagna elettorale l’interdizione del fracking che molti reclamano, potrebbe alla fine scendere anche lui a compromessi con un industria dalle consolidate entrature a Washington. Per il momento, dopo il pacchetto di assistenza Covid, il principale progetto legislativo di Biden è un piano infrastrutturale del valore di 2.300 miliardi di dollari. La manovra è ufficialmente volta a migliorare le infrastrutture nazionali (assai precarie come sa chiunque abbia recentemente visitato ad esempio, un aeroporto americano).

MA OLTRE ALLE STRADE E AI PONTI (e alla banda larga) da ammodernare, una principale componente della legge sono le sovvenzioni a fonti di energia alternativa, lo stoccaggio del carbonio, rottamazioni e la costruzione di una rete nazionale di ricarica per incentivare la conversione alle auto elettriche. Un pacchetto pensato, dichiara, per «avviare gli Stati uniti su un corso irreversibile verso le emissioni nulle». Fra gli obbiettivi del progetto «settore energetico non inquinante entro il 2035», il «posizionamento all’avanguardia del settore automobilistico», la «promozione di una agricoltura sostenibile» e l’enfasi sulla «giustizia ambientale e le pari opportunità economiche». Se non è esattamente la Green New Deal auspicata da Bernie Sanders e Alexandra Ocasio Cortez, si avvicina ad un incentivazione «rooseveltiana» della ripresa post-Covid facendo leva sui «milioni di impieghi» generati dalla riconversione ambientale. Una manovra che comincia quantomeno a riconoscere la posta in gioco in quest’era di profughi climatici, ritirati dalle coste e dai grandi incendi.

NON CHE SIA DIFFICILE, CERTO, migliorare rispetto al programma kamikaze di Trump. Il presidente palazzinaro, che amava inveire sulla «guerra contro il carbone» e vaneggiare sugli «effetti cancerogeni delle turbine a vento», aveva commissariato l’intero apparato normativo nazionale appaltandolo direttamente all’industria estrattiva. Così l’Environmental Protection Agency (Epa) era finita in mano a Scott Pruitt e in seguito ad Andrew Wheeler, due lobbisti per le compagnie petrolifere che l’avevano sostanzialmente smantellata. Al Department of Interior era finito Ryan Zinke, consigliere di una società di oleodotti, il cui principale lascito era stato di aprire i parchi nazionali alle trivelle e il ministro dell’energia texano alleato del «petroliere» Bush, Rick Perry.

IL MANDATO TRUMP, INIZIATO con la fuoriuscita da Parigi, ha in seguito disfatto gran parte del progresso ambientale fatto dall’inizio degli anni ’70. Alla fine della sua presidenza erano stati abrogati 98 statuti di protezione dell’ambiente; altri 14 erano in procinto di venire aboliti. Gli sgherri trumpisti avevano liberalizzato il livelli di inquinamento atmosferico industriale e quelli delle sostanze chimiche sversate nelle acque, abolito norme su sostanze cancerogene come l’ossido di etile, responsabile di grappoli tumorali in prossimità di stabilimenti chimici e ridotto gli standard federali dei consumi delle auto a livelli che la stessa industria riteneva troppo bassi per rimanere globalmente competitivi.

IL SUO SUCCESSORE PROPONE ORA la riforma ambientale come strumento per competere, principalmente con la Cina, sul mercato tecnologico bipolare prossimo venturo. Alle cariche nevralgiche Biden ha dislocato una schiera di alleati politici che comprende ambientalisti di lungo corso, a cominciare da Gina McCarthy nella nuova carica di National Climate Advisor della Casa bianca. Un’altra donna, l’avvocata ambientale Brenda Mallory, è a capo del Council on Environmental Quality. All’ Epa c’è Michael Regan che ha dichiarato di voler «ricostruire l’agenzia». Al dicastero per ’energia, Jennifer Granholm, specialista in energia rinnovabile dell’università di Berkeley e all’Interior c’è l’ex parlamentare del New Mexico, Deb Haaland, la prima nativa americana ad avere una carica ministeriale, e per di più quella che può influire direttamente sulla destinazione del demanio federale, le concessioni per la trivellazione e l’amministrazione di parchi nazionali e terre ancestrali indiane. La prima azione di Haaland è stata di commissionare uno studio per il ripristino dei parchi nazionali decurtati dal suo predecessore.

LE NUMEROSE DONNE E MINISTRI appartenenti a minoranze etniche nel settore ambientale sono altresì un segnale voluto sulla «giustizia ambientale», il riconoscimento di come la disuguaglianza sociale si sovrappone alle politiche ambientali, mettendo a repentaglio i settori più emarginati e deboli della società. E anche questo è un risultato importante ottenuto dall’ala progressista del partito.

UN PROGETTO AMBIZIOSO destinato ad incontrare l’opposizione feroce dei repubblicani e dei loro committenti industriali, che metterà alla prova le vantate doti politiche di Biden. Intanto in occasione del 51mo Earth Day la Casa bianca ha indetto il Leader’s Climate Summit a cui parteciperanno questa settimana (22-23 aprile) 40 capi di stato e che sarà pubblicamente visionabile in diretta streaming. Un ulteriore segnale di un ritorno degli Usa nella sforzo globale per l’ambiente.

* Fonte: Luca Celada, il manifesto

 

Foto di gulshan kumar da Pixabay



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